Nerdopoli – Recensione

Titolo: Nerdopoli – Espressioni di una comunità in evoluzione
Autori: VV (a cura di Eleonora C. Caruso – Prefazione di Tito Faraci)
Editore: effequ
Anno di pubblicazione: 2018

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“Oggi i nerd hanno tante passioni”, scrive Tito Faraci, nella sua prefazione a Nerdopoli. “Cose di musica, fumetti, serie televisive, cinema, libri… da nerd, appunto. Colgono collegamenti tra discipline diverse, percepiscono assonanze, tracciano sentieri. Incredibile ma vero, proprio i nerd sono diventati alfieri di una sana cultura generale. E operano all’interno di questa cultura.”
Nerdopoli è una raccolta di saggi su vari aspetti dell’essere nerd. La presenza di un mondo ormai non più così sotterraneo di appassionati di varie cose (dai fumetti alle saghe cinematografiche, alle band, al gioco di ruolo, e così via…) è qualcosa con cui cultura e società devono fare i conti, e questo libro prova a offrire un “punto di incontro e confronto di esperienze diverse”, per raccontare una comunità apparentemente chiusa, ma in realtà più aperta e dinamica di quel che sembra. Obiettivo per niente semplice, ma raccontato da voci che vivono all’interno di questa comunità e sanno guardarla con amore e con severità quanto basta.

Questi i saggi contenuti nell’opera:
Niji: l’arcobaleno del Giappone, di Susanna Scrivo
Rifarsi una storia. Genesi (e resistenza) della fanfiction, di Eleonora C. Caruso
Big damn heroes. Quelli che, guardando la tv, hanno cambiato il modo di guardare la tv, di Alice Cucchetti
Del mettersi in gioco. Storie e videogiochi: un matrimonio imperfetto, di Arianna Buttarelli
Love dungeon. La storia d’amore tra letteratura fantasy e giochi di ruolo, di Simone Laudiero
La liberazione dell’otaku. Una rivoluzione che passa dagli anime, di Matteo Grilli
Tu non puoi passare. La deriva (per niente) nerd del gatekeeping, di Aligi Comandini

Non è facile presentare un mondo sfaccettato come quello dei nerd a chi non ne sa niente, meno che mai a chi lo guarda con sospetto. Nerdopoli ci riesce? Secondo me, in gran parte sì. Attraversando queste pagine, mi sono ritrovata in ciò che viene raccontato e ho apprezzato la ricostruzione di momenti storici e situazioni che anche io ho vissuto. (In modo particolare, il mio cuore si è un po’ sciolto durante la lettura del bellissimo saggio di Eleonora C. Caruso sul mondo delle fanfiction. Senza di esso, la mia vita sarebbe più vuota, adesso, visto che è stato proprio lì, in quel divertirsi a riscrivere le storie degli altri, che ho conosciuto molte delle persone più importanti della mia vita.)
Questa raccolta mi ha fatta sentire compresa, parte di una comunità – una comunità che è davvero “in evoluzione”, come recita il sottotitolo, e che sa parlare di sé in maniera obiettiva, senza risparmiarsi dure critiche. Nella maggior parte di questi saggi, accanto al racconto di una storia d’amore, vi è un’analisi precisa di tutto il marcio che abita il mondo nerd (come ogni altra cosa umana), oltre che una riflessione consapevole del rapporto tra passioni e consumismo.
Se di fronte al termine nerd avvertite quel brivido tipico del senso di appartenenza, allora questo libro è per voi. Tra l’altro c’è anche un enorme apparato bibliografico, se voleste approfondire alcuni dei temi trattati nei saggi.

Ma se non vi sentite nerd, se questo mondo vi è oscuro e magari, così a pelle, non vi piace neanche tanto, questi saggi possono darvi qualcosa?
La mia risposta è questa: sì, ma a patto che accettiate una cosa. Che esistono persone per cui tutto ciò di cui qui si parla – fumetti, gioco di ruolo, videogiochi e altro – sono qualcosa di importante. Qualcosa su cui vale la pena intessere lunghe discussioni e appassionate disamine sul loro impatto culturale, sui loro contenuti, sugli aspetti sociali delle interazioni tra fan, e così via. Dovete affacciarvi a questo libro con la consapevolezza che state entrando in un territorio che forse non capite, e se lo farete con la battuta già pronta e una punta di disprezzo per chi si diletta di certe cose, allora non apritelo nemmeno.
Non sto dicendo che “voi non potete capire” (che pure è uno degli odiosi atteggiamenti che i nerd spesso assumono verso “gli altri” – argomento che emerge più volte anche nel libro.) Sto dicendo che Nerdopoli getta il lettore subito in un livello già avanzato: per esempio, si parte alla grande con l’ottimo saggio di Susanna Scrivo su manga e tematiche LGBT. Capite che un profano totale, che magari ritiene il fumetto robetta da bambini, già si sente smarrito: aspetta, quindi questi fanno analisi approfondimento socio-culturale sui fumetti giapponesi?
Se penso poi al saggio La liberazione dell’otaku di Matteo Grilli, splendido esame della parabola umana di un certo tipo di nerd attraverso l’analisi del celeberrimo (per noi!) anime Neon Genesis Evangelion, ecco, credo che un profano totale debba fare un grosso sforzo, non tanto per seguire il testo, ma per accettare che esista gente che legge così tanto tra le righe di un semplice cartone animato.
Tutto questo non vuole essere una critica, solo l’espressione di una sensazione personale. Anzi, è probabile che questo sia stato voluto. Del resto, il target di un’opera va scelto, non c’è dubbio.
In ogni caso, ho deciso di fare un esperimento e regalarlo a mio padre. Lui non è un profano totale, perché sono quasi vent’anni che ogni tanto mi lascio andare e gli parlo di cosplay, fandom e cultura nerd, ma certe cose gli sono proprio estranee. Sarà interessante vederne la reazione.

In conclusione, un libro che mi sento assolutamente di consigliare. I saggi si leggono con estremo piacere, le diverse voci raccontano con abilità, accuratezza e competenza, offrendo prospettive mai banali e riflessioni che vale la pena di fare.

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Fallimenti critici educativi

L’abbiamo già visto un milione di volte. Succede qualcosa di brutto che coinvolge una persona giovane, e subito proliferano articoli e servizi televisivi che cercano qualcuno o qualcosa a cui addossare la colpa non solo della tragedia, ma di tutti i problemi dei giovani. Dai videogiochi alla trap, dai social ai cartoni animati, nessuno è al sicuro. Per ogni dramma, ecco che arriva un colpevole perfetto.

Perfetto per il giornalista di turno, che sa che le sue parole sono esattamente ciò che gran parte della popolazione adulta italiana aspetta e desidera.

Perfetto per quella gran parte della popolazione adulta italiana che non riesce a guardare in faccia i propri fallimenti educativi e ha disperatamente bisogno di un capro espiatorio.

È molto facile, di fronte a episodi di violenza perpetrata dai giovanissimi, suicidi, bullismo, storie di droga e altri drammi, scaricare la colpa sul trapper, sul videogioco o sul social. Fa comodo, perché evita agli adulti di guardare dentro se stessi e prendere atto dei problemi insiti nella nostra società e nel modo in cui gestiamo i più giovani.

Ci sono le baby gang? I ragazzini picchiano un compagno, lo filmano e lo mettono online? Un giovane si suicida? Beh, logico: in un mondo con la trap, Fortnite e i giochi di ruolo, è ovvio che succedano queste cose!

No?

No.

Ieri un quotidiano nazionale ha fatto infuriare una bella fetta della popolazione italiana, insinuando che la colpa della tragica morte di un ventiquattrenne (suicidio? Incidente? Ancora non si sa) sia quasi sicuramente da addossarsi a Call of Duty, e approfonendo poi la questione con un articolo pregno di ignoranza in cui vengono accatastati insieme videogiochi, giochi di ruolo, LARP (gdr dal vivo), cene con delitto, Escape Room e persino i furry (sì, ridete con me). La morale della storia? Quello dei giochi è un mondo pericoloso, una trappola, un insieme di cose che possono essere molto dannose, perché (cito quasi testualmente) tra i più giovani c’è un disagio per cui “non si sanno più apprezzare le gratificazioni della realtà ordinaria”.

Dicevo, l’articolo ha fatto infuriare una parte della popolazione italiana, ma una parte sempre più piccola di quella che, invece, da quell’articolo si è sentita confortata e validata nelle proprie posizioni.

Quest’anno sono esattamente 20 anni che lavoro con bambini e ragazzi: per dieci anni circa (dai 16 ai 26) l’ho fatto per volontariato e durante il Servizio Civile, poi è diventato il mio mestiere (insegnante di scuola media.) Inoltre frequento ambienti e persone “nerd” (usiamolo come un enorme termine ombrello che raccoglie un sacco di cose) da circa 15 anni.

Mi sento dunque di avere un pochina di voce in capitolo per dire due parole sulla questione.

Di ragazzini problematici ne ho incontrati tantissimi, ma mai uno che confondesse la fantasia con la realtà, come amano molto ripetere questi articoli allarmisti. Ragazzini flippati con videogiochi o anime, che non parlano d’altro? Certo (e non solo ragazzini.) Ragazzini fragili che a volte si fissano con un hobby perché la realtà attorno a loro è feroce e loro fanno fatica ad affrontarla? Assolutamente sì. Ma mai, mai, mai ho visto accadere questa presunta sovrapposizione patologica tra realtà e fantasia. E dove si arrivava a sfiorare il patologico, la causa scatenante non era mai nella passione smodata per qualcosa o nella fissazione innocente.

Di recente una delle mie classi ha intervistato una psicologa ed educatrice che lavora per un’associazione pratese che si occupa di prevenzione degli abusi sui minori e supporto a ragazzi e famiglie in difficoltà. I miei alunni le hanno chiesto: Qual è il problema che affligge maggiormente i ragazzi che aiuti?” E lei hai risposto: “Gli adulti non hanno mai tempo da dedicare loro.”

Ecco, è una risposta dolorosamente vera. È il cuore del problema.

Dei ragazzini non gliene frega un cazzo a quasi nessuno.

Alcune delle loro famiglie non sanno bene nemmeno perché li hanno messi al mondo. Altre li amano e vorrebbero stare con loro, ma si vive in una società di merda dove ci si ammazza di lavoro, e per garantire ai figli una vita dignitosa, i genitori stanno a giornate intere lontani da loro – magari soffrendone terribilmente, ma non possono farci niente.

Nella scuola ci sono insegnanti meravigliosi ed eroici, ma c’è anche della gente che dovrebbe stare minimo a una distanza di sicurezza di 100 km dalle scuole. Gente mediocre e frustrata che sfoga sui ragazzi la delusione per i propri fallimenti.

Negli ambienti sportivi e ricreativi ci sono persone splendide, ma anche una bella galleria di soggetti che non si sa perché stiano lì: rabbiosi, volgari, violenti, bulli, diseducativi, incapaci di creare relazioni.

A livello generale di società, poi, aiuto.

 Alla politica che continua a fare tagli sull’istruzione, frega qualcosa dei ragazzini? Col cazzo. Ai potenti che inquinano il mondo e lo mandano in malora, tanto saranno morti prima che questo diventi un dramma insolubile, frega qualcosa? Ma figuriamoci. A tutti coloro che vedono i ragazzi solo come target di pubblicità e prodotti, frega qualcosa? Sì, dei loro soldi.

E tu, ragazzino, che non sei scemo e percepisci tutto questo, o hai delle difese e delle risorse incredibili (e spesso le hanno), oppure magari qualche cazzata finisce che la fai per davvero.

La colpa delle tragedie che accadono ai più giovani non è di nessuno, se non nostra, ogni volta che siamo degli adulti di merda. Quando siamo stronzi, aggressivi, incoerenti, bulli, menfreghisti, incapaci di mostrare ai ragazzi che è bello crescere e che l’età adulta ha tanto da offrire, allora li stiamo danneggiando in maniera irreparabile.

Ho visto adulti insegnare ai propri figli a salire sul treno senza biglietto, esplodere in turpiloquio vergognoso di fronte ai propri bambini, minacciare di mettere le mani addosso a qualcuno per futili motivi sotto il naso del pargolo di cinque anni, prendere per il culo con una crudeltà inaudita chiunque sia diverso (dal grasso alla donna brutta, al gay, allo straniero…) Ho visto adulti incazzati con la vita sfogare la loro incazzatura su figli, nipoti, allievi.

Chiedetevi perché vi vengono su dei figli bulli.

Poi magari finisce che si sentono capiti dal trapper o dallo sparatutto. Li potete biasimare davvero, dopo che avete dato il peggio di voi, con loro?

Concludo con una nota da giocatrice di ruolo da 12 anni e master da 11: è uno degli hobby più sani, creativi, formativi, costruttivi e sociali che io abbia mai sperimentato. Mi piace perché mi porta via dalla realtà per qualche ora e mi ci fa tornare più forte, più ricca, più sicura di me e più allenata in una serie di skill (per esempio, capire quando i tuoi giocatori sono presi e quando si stanno annoiando – fondamentale da riutilizzare in classe.)

Io gioco di ruolo perché mi rende un adulto migliore, più autentico, più appassionato, più creativo. Ed è esattamente ciò di cui i ragazzini hanno bisogno. È anche così che provo ad andare in controtendenza e mostrare ai miei alunni un adulto decente. Non sempre ci riesco, ma essere un adulto che ascolta, che vede i ragazzi, e che è onesto con se stesso e non rinuncia a ciò che ama, per me è un vero e proprio codice morale.

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Una famiglia di degenerati malati di LARP che sta avviando il figlioletto sulla via della depravazione.

 

Fumetti belli 2018-2019

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo erano i primi giorni di gennaio 2019 e avevo i capelli fucsia. Un mese dopo riesco a finirlo, e i miei capelli… Beh, arrivate in fondo, e lo scoprirete.

Vi regalo una carrellata di impressioni sui fumetti che ho amato di più nel 2018, su quello che mi ha fatto cominciare bene il 2019 e sui titoli che mi appresto a scoprire nei prossimi mesi.

Nel 2018 ho trovato storie a fumetti che mi hanno conquistata, ho finalmente affrontato autori che volevo leggere da tempo e ho ricevuto un sacco di regali meravigliosi.

Cominciamo proprio con uno di questi, che è anche la mia opera a fumetti preferita del 2018: Saga.

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Saga, scritto da Brian K. Vaughan e disegnato da Fiona Staples, è una meraviglia che vi consiglio assolutamente.
È la storia di una guerra tra due pianeti, che pian piano si allarga e arriva a coinvolgere un intero universo. Una guerra tra due schieramenti che si trascina avanti per così tanto tempo che in molti non ricordano neanche come sia iniziata. Una guerra piena di atrocità, come lo sono tutte le guerre. E nel bel mezzo di questa guerra, Alana e Marko, soldati appartenenti a eserciti e razze contrapposti, hanno la bella idea di innamorarsi, sposarsi e mettere al mondo una bambina, Hazel, che è la commoventissima voce narrante della storia.
Naturalmente l’anomalia di questa famiglia, e dell’esistenza stessa di Hazel, è qualcosa che non può essere tollerata. Che messaggio arriverebbe alla gente che deve odiarsi, se si scoprisse cos’hanno fatto questi due? Comincia così il viaggio della famiglia di Hazel, denso di difficoltà e tragedie, ma anche di incontri indimenticabili e momenti di felicità in mezzo al caos.

Con un cast di personaggi straordinari, una storia coinvolgente e ritmata, una scrittura che sa essere divertente, impietosa e poetica, e dei disegni che sono una costante gioia per gli occhi, Saga è proprio una perla del fumetto. Per il momento sono usciti 9 volumi, editi in Italia da BAO Publishing.

 

Andiamo avanti. Quest’anno ho finalmente letto due opere di Zerocalcare. Lo so, ci sono arrivata tardi. Avevo letto alcune delle strisce pubblicate online e le avevo apprezzate molto, ripromettendomi di approfondire. Ecco, alla fine ce l’ho fatta e non me ne sono pentita.

Ho iniziato con La profezia dell’armadillo e ho proseguito con Kobane calling. Splendidi entrambi, anche se il secondo è un capolavoro assoluto. Insieme a Saga, è stata l’esperienza fumettistica più intensa del 2018, per me. Penso di aver pianto una quantità abnorme di lacrime, molte delle quali mentre ridevo. Ci sono una sensibilità e un’intelligenza in queste opere che mi hanno conquistata. (Ora voglio spararmi tutto il resto della produzione di Zerocalcare. Accetto consigli sui vostri preferiti.)

 

Un’altra bella scoperta fumettistica dello scorso anno è GG – Life is a videogame. Non mi soffermo, perché avevo già recensito qui questo bel fumetto italiano, scritto da Giacomo Masi, disegnato da Ilaria Gelli ed edito da Tatai Lab.

 

Rimanendo in Italia, vi consiglio di cuore il fumetto autoprodotto Storie di druidi, maghi e non morti. L’autrice, Eleonora Musso, pubblica la storia sulla sua pagina Facebook, insieme a delle meravigliose (e verissime!) vignette sul gioco di ruolo e sul mondo dei nerd in generale. Il fumetto è la rielaborazione di una campagna di Dungeons&Dragons, quindi siamo nell’ambito del fantasy più classico, ed è sicuramente più divertente per chi riesca a cogliere tutte le citazioni legate al gioco, ma è comunque una storia godibile per tutti, con dei personaggi a cui ci si affeziona subito.

 

Un’altra opera che mi sento di consigliare, tra quelle che ho scoperto nel 2018 (anche questa grazie a un regalo), è Bellezza, fumetto francese disegnato dal duo Kerascoët e scritta da Hubert.
Un tratto particolarissimo accompagna questa fiaba intensa, dolce e crudele, che segue le avventure di una giovane donna non molto attraente. Un patto con una fata la rende improvvisamente irresistibile agli occhi di chiunque la guardi. Cosa si può fare per la bellezza di una donna? E cos’è davvero la bellezza?

L’edizione italiana di BAO Publishing è splendida.

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Questi sono i miei fumetti preferiti del 2018. E il 2019 com’è iniziato?

Così:

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Sì, con i capelli viola, ma soprattutto con My Hero Academia, manga di Kohei Horikoshi. In realtà la serie animata tratta da questo manga l’avevo vista l’anno scorso, e mi aveva conquistata. Il manga mi è giunto come un regalo natalizio, e l’ho letto immediatamente, adorandolo. Non ci sono elementi di particolare originalità, forse, ma la storia è raccontata bene, con freschezza ed entusiasmo, e i personaggi acchiappano subito il lettore.

In questa serie ci sono un sacco di cose che mi rendono felice: supereroi (non me ne stancherò mai), combattimenti interessanti, personaggi ben delineati (e un protagonista scritto apposta per me), l’ambiente scolastico e il rapporto tra insegnanti e ragazzi (mentre lo leggo, ogni tanto mi trovo a commentare eventi e scelte dei personaggi con l’occhio da prof…)

Per il momento ho letto 15 volumi sui 17 usciti in Italia. Se siete alla ricerca di un bel manga shounen, se avete voglia di un punto di vista diverso sui supereroi, se avete bisogno di personaggi adorabili per cui fare il tifo, io ve lo consiglio.

Per finire, un rapido sguardo alle prossime opere a fumetti che mi attendono:

2019

“Oracoli” – Recensione

Titolo: Oracoli

Autore: Alessandra Leonardi

Editore: NPS

cover oracoli

Un esperimento interessante, quello di “Oracoli”. Una piccola raccolta di quattro racconti storici con un tocco di sovrannaturale, incentrati sul tema della divinazione. L’autrice ci porta indietro nel tempo di molti secoli, facendoci incontrare quattro popoli antichi e quattro terre.
“Porpora” ci porta con i Fenici verso la Sardegna, “Il dono dell’aruspice” ci conduce in Toscana, con gli Etruschi; seguiamo poi gli Ellenici nel sud Italia con “Sibilla” e infine ci fermiamo a Roma grazie a “I libri fatali”.

I racconti girano attorno a una domanda che la letteratura ci ha posto molte volte: conoscere il futuro serve davvero a impedire che questo avvenga? O forse lo facciamo avverare più rapidamente, quando cerchiamo con tutte le nostre forze di impedirlo? Cambierebbero davvero, le nostre azioni, se sapessimo a cosa condurrebbero?
In “Oracoli” non si arriva a una risposta definitiva – com’è giusto che sia, ma si avverte forte il peso del destino sulle spalle degli uomini, e il cammino della predestinazione dal quale non è possibile sfuggire. In questo, i racconti sono spiritualmente vicini al mondo classico a cui si ispirano. Credo sia questo, l’aspetto migliore della raccolta: per quanto l’elemento immaginario sia centrale, questi sono davvero racconti “storici”, che mirano a ricreare atmosfere antiche e scorci del mondo classico, a livello di ambientazione e di tematiche. Forse sarà il mio passato di studente del classico e di Lettere, e l’amore per la letteratura antica che difficilmente si spegne, ma credo che l’autrice sia riuscita nel suo intento di regalarci un pezzettino di quel mondo.

“Oracoli” è una lettura piacevole e curatissima, supportata da una scrittura limpida e scorrevole, e da una preparazione ottima sugli aspetti storici trattati (il libro offre anche una nutrita bibliografia al riguardo.) Tra i racconti, sono “Sibilla” e “I libri fatali”, secondo me, a colpire maggiormente. Il primo per la capacità evocativa, il secondo perché sa catturare il lettore con una vicenda che vibra di urgenza e dramma.

Conoscevo i racconti urban fantasy romani di Alessandra Leonardi, letti in varie raccolte: li avevo apprezzati moltissimo. Mi ha fatto piacere scoprire un altro volto di questa narratrice.

Oracoli – NPS

Infiniti Universi Fantastici – Il blog dell’autrice

“Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” – Recensione

Titolo: Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni
Editore: Wild Boar
Pubblicazione: Novembre 2018

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Di antologie del Trofeo RiLL e dintorni ne ho lette molte, e le ho sempre apprezzate molto: i racconti sono selezionati con cura, in modo da presentare al lettore un bell’assaggio misto di fantastico sia nostrano che estero. Quella di quest’anno è sicuramente una delle mie preferite. Anche per questo mi sento particolarmente onorata, e pure un po’ indegna, di esserci dentro, con una storia che ho covato per anni, finché non è arrivato il momento giusto di lasciarla andare.

“Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” ospita i primi cinque racconti classificati al trofeo, i vincitori di quattro concorsi esteri (Irlanda, Spagna, Regno Unito, Sud Africa) e i quattro vincitori di Sfida, il concorso riservato a coloro che in passato sono stati almeno una volta finalisti RiLL.

Si comincia subito alla grande con il primo classificato del Trofeo, che dà il titolo all’antologia. “Ana nel Campo dei Morti”, di Maurizio Ferrero, ha la sua forza in una scrittura ricca, evocativa e profondamente emozionante. Un desolato mondo post-apocalittico, una ragazzina e un cane relegati in un luogo di morte, e infine uno spirito perturbante, la cui presenza è inevitabile, come la crescita. Inevitabile, come la necessità di superare un confine.

Segue “Mil”, di Diego Gnesi Bartolani, un’altra storia dove vince la capacità di narrare. Una vicenda lineare, un ricordo malinconico di qualcuno che si è perduto, con una splendida ambientazione marina. Datemi il mare e le sue creature, e mi farete contenta. E questo racconto ci riesce.

Il piacevolissimo “Fratelli Marziani, dal 1947”, di Nicola Catellani, mette in scena una chiacchierata tra un barista ciarliero e un turista perplesso, e ci regala la divertente cronaca di come un piccolo paese di montagna abbia accolto senza molti problemi persino gli alieni. Forse.

“Uno”, di Riccardo Angelini, è un racconto divertentissimo, con un buon intreccio e un ottimo finale. Credo che chi, come me, è amante del gioco di ruolo, lo apprezzerà particolarmente.

“Madonnina”, di Cristiano Montanari, è uno dei miei racconti preferiti della raccolta: una cruda storia di morte, esposta da un narratore tragico e agghiacciante. Una vicenda macabra e avvincente, ben costruita, supportata da una scrittura coinvolgente.

Entriamo nella sezione dedicata ai concorsi internazionali. Si parte cone “Quando l’ultimo telepate lasciò la città”, di David Cleden, vincitore dell’Aeon Award Contest del 2016 (Irlanda.) È un episodio cupo dove più che il sovrannaturale (presente e terribile), a colpire è l’aspetto più umano del dramma.

“Nota sul suicidio dal Pacifico”, di Marina Teba Sánchez, è il vincitore dello spagnolo Premio Visiones del 2018. È il resoconto straniante di un viaggio verso la morte, in un modo in cui non si muore più. Un altro dei miei preferiti, che affonda come una lama nell’anima del lettore.

“L’albero di famiglia”, di Gary Kuyper, terzo classificato alla Nova Short-Story Competition 2017 (Sud Africa), potrebbe essere una saggia parabola sul lutto, ma l’autore rovescia la situazione e sceglie di incamminarsi nel territorio di un orrore sottile e delicato. Altro gran bel racconto (se non si fosse capito, il mio animo sensibile a ciò che è oscuro e inquietante ha trovato il giusto nutrimento, in questa raccolta.)

“Due mondi molto distanti”, di Dustin Blair Steinacker, vincitore del James White Award 2018 (Regno Unito), l’ho apprezzato per la tematica: mi entusiasma tutto ciò che parla di lingue e traduzione. Affascinante racconto fantascientifico, narra di una missione diplomatica di fondamentale importanza, del rischio di vederla fallire a causa di problemi di traduzione e della scelta della linguista incaricata di condurre il dialogo.

I racconti di Sfida dovevano seguire un tema: Made in Italy / Leonardo da Vinci. Ovvero, ambientazione italiana e presenza significativa di un inventore o di invenzioni. Tema che io ho amato subito (sapete quanto sono fissata con il fantasy di ambientazione nostrana), e che infatti mi ha spinta a dare finalmente vita a un’idea che mi portavo dietro da tempo. Evidentemente ha donato ispirazione in abbondanza anche agli altri tre autori, perché hanno prodotto tre perle.

“Tecnologia inversa”, di Valentino Poppi, è un altro dei più divertenti tra i testi della raccolta. Uno strano tipo millanta di aver dato vita a un’invenzione impossibile. Impossibile? Chissà. Un racconto che diverte dalla prima sillaba fino al colpo di genio finale.

“Homo novus” è il mio racconto, un tentativo di steampunk medievale fiorentino. Un piccolo retroscena: il protagonista si chiama Martino da Castelvecchio di Cascia. Castelvecchio di Cascia è l’antico nome di Reggello (FI), un paese dove passo molto tempo, perché ci sono due luoghi per me fondamentali (uno di fronte all’altro): la mia scuola di musica e il teatro della mia compagnia. Insomma, è un posto di creativi. Mi sembrava una buona origine, per il mio inventore.

“Oltre la valle”, di Laura Silvestri, è un altro di quei testi che ti arrivano dritti al cuore. Siamo in un’Italia post-apocalittica. Chi racconta la storia è un uomo povero con una figlioletta malata, in un villaggio senza mezzi, tenuto in piedi solo dalla fede in un’antica Dea che ha smesso di far sentire la sua voce. Ma il suo viaggio prenderà tutt’altra direzione, e così il racconto, facendoci scoprire un retroscena terribile (e vicino), e regalandoci un finale bellissimo.

“Italexicon”, di Lorenzo Trenti, chiude alla perfezione la raccolta. Non ho aggettivi migliori, per quest’opera, se non geniale. Un glossario degli eventi e dei personaggi più significativi della storia d’Italia. Sì, ma quale storia e quale Italia? Al lettore il piacere di scoprirlo.

Vi consiglio questa raccolta con tutto il cuore, e non perché dentro ci sono anch’io, ma perché è veramente una selezione interessante di storie con stili e atmosfere diverse, ma tutte dotate di un cuore ardente di creatività e passione. E con questa nota poco letteraria e molto sentimentale, chiudo, con un ultimo ringraziamento a tutti coloro che tengono vivo il Trofeo RiLL e tutte le belle cose che ci girano intorno.

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Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni

Oscure tradizioni, luminosa libertà

Dolcetto o insostenibile lagna sulla “nostra tradizione”?

zucca

Parole spaventose

Ho un rapporto strano con la tradizione. L’ho sempre considerata qualcosa di interessante, importante per capire il mondo, talvolta anche fonte di ricchezza. Ultimamente ne ho paura. È una parola curiosa. Puoi usarla per indicare qualcosa che ti definisce e ti differenzia dagli altri. Puoi sbatterla in faccia a qualcuno per tenerlo fuori dal tuo gruppo. Puoi impiegarla per legittimare azioni dannose ma intoccabili perché “si è sempre fatto così”. Metti l’aggettivo tradizionale accanto a certi termini, e avrai creato un mostro.

La protezione di usi, frasi, musiche, abiti, cibi, testi, fedi, riti che differenziano un gruppo (etnico, linguistico, religioso,…) da un altro è qualcosa che ritengo auspicabile, soprattutto da un punto di vista dello studio. Credo all’importanza delle tradizioni come parte di una memoria storica e culturale rilevante per ciascuno, ma non alla loro caparbia conservazione quando è chiaro che sono morte e stramorte, o alla loro trasformazione in massicci da scagliare contro chi si voglia tenere lontano dal nostro territorio. E credo anche che niente sia mutevole come la tradizione. In un mondo da sempre improntato alla mescolanza e alla ricombinazione di storie e culture, è un’illusione sciocca, arroccarsi sull’idea che le tradizioni vadano salvaguardate da qualsiasi commistione.

Fatta questa premessa, entro nel dettaglio dell’argomento del giorno. Sono da tempo una fiera avversatrice delle crociate anti-Halloween, portate avanti principalmente da due categorie di persone: i religiosi che la definiscono satanica o legata a “cose oscure” opposte alla “luce della fede”, e coloro che la avversano in quanto “commercialata importata dall’estero ed estranea alla cultura italiana”. I primi sono quelli che mi fanno arrabbiare. Dei secondi, accetto il punto di vista, condividendone alcune riflessioni (come quella sulla “commercialità” della festa), ma non sono d’accordo con il far leva sul fatto che Halloween non faccia parte della nostra tradizione.

Cibo e allegria

Il motivo basilare per la mia posizione pro-Halloween è molto semplice, e lo dico senza un briciolo di vergogna: mi piace molto. Mi piace l’antico significato della festa celtica di Samhain, con l’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Trovo interessante l’evoluzione successiva della festa, fino alla sua recente deriva orrorifica (sì, con tutta la paccottiglia annessa.) Inoltre sono sempre pronta ad abbracciare ogni occasione di travestirsi, mangiare e socializzare. Se poi lo si fa all’insegna del misterioso, dell’oscuro e dell’orrorifico, tutte cose che mi risvegliano brividi di piacere fin da quando ero piccolissima, ancora meglio. Halloween per me è sempre stato un altro Carnevale, un po’ più inquietante e forse più gustosamente trasgressivo.

Da quando insegno nella scuola media (e questo è il mio decimo anno di insegnamento) ho sempre assistito all’entusiasmo dei ragazzini per Halloween. Affascinati dall’orrore, geniali nel riuscire a spaventarsi a vicenda (o anche a spaventare se stessi), incuriositi da cose che li proiettano già verso il mondo dei più grandi (o così sembra loro), per la maggior parte dei ragazzi il 31 ottobre è qualcosa di molto atteso. È bello, per me, vederli organizzare, desiderare, attivarsi ed essere creativi. Ciò rende il mio gradimento per Halloween ancora maggiore.

Infine, da nerd appassionatissima del fantastico e dell’horror… Non devo neanche spiegare come mai Halloween per me è sinonimo di cose belle.

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La sottoscritta in cosplay da Dream of the Endless (Sandman), quasi dieci anni fa, a Lucca Comics, luogo dove spesso mi trovo a passare Halloween. La mia passione per il travestimento è ben nota. Anche quella per il nero.

 

Non esistono cose immutabili

Ho sempre trovato ridicolo lo scagliarsi contro Halloween brandendo come arma la frase “Non fa parte della nostra tradizione”. Non ce l’ho assolutamente con chi schifa la festa per i cavoli suoi e lascia vivere in pace chi si diverte a goderne. Mi urta però chi critica e giudica i sostenitori della festa, e mi permetto di spiegare perché secondo me attaccarla con l’argomento della tradizione non funziona.

1. “La nostra tradizione”, come dicevo sopra, è un concetto sempre più ondivago e sfuggente, e non solo in quest’epoca di globalizzazione. L’umanità ha sempre viaggiato, mischiandosi e incrociandosi. L’Italia, poi, è un caos etnico e culturale fin dall’inizio della sua storia. È una nazione giovanissima che ancora si porta dietro una forte divisione, con l’identità regionale (e a volte cittadina/zonale) che è sentita molto di più di quella nazionale. Indagate su una tradizione locale, su un cibo, un toponimo: vi troverete ad andare indietro chissà di quanto, magari incontrando tracce di popoli che non avreste mai immaginato.

2. Ciò che è tradizione cambia costantemente. La mania di Halloween è stata sospinta dal commercio più che dalle credenze? Si esaurirà in pochi anni? Evolverà in qualcos’altro? Anche se la risposta a tutte queste domande fosse sì, per il momento questa festa è condivisa da molte persone, rendendola ormai a tutti gli effetti “una nostra tradizione”.

3. Ci sono sempre state feste, riti e celebrazioni attorno al giorno dei Morti anche in varie zone d’Italia. Situazioni in cui l’aspetto religioso veniva unito a gesti e rituali molto più vicini alla superstizione che alla fede, o addirittura retaggi di un antico paganesimo mai morto. Danze, canti, cibo e gioco mitigavano la severità del culto, dando vita a tradizioni non dissimili da quelle che troviamo nell’Halloween attuale.

4. Scava sotto ogni festa, ogni rito, ogni nome: ci troverai sotto un abisso di feste, riti e nomi precedenti. Niente si ferma o si cristallizza per sempre, tutto muta e si ricompone in qualcos’altro. Ed è una delle cose più interessanti della storia degli uomini.

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Niente horror, siamo cristiani

Piccolo, amorevole bonus polemico: una risposta a chi dice che “tutte queste cose orrorifiche non sono adatte ai bambini”.

Io sono cresciuta con la storia di un tipo eroico e focoso, uno che non si capiva se fosse ingenuo o un genio. Uno che aveva un messaggio da raccontare e lo faceva con passione, fregandosene dell’autorità e sbattendo le sue parole in faccia ai suoi nemici. Un giorno cominciò a far incazzare sul serio quelli che ce l’avevano con lui, che si organizzarono per farlo fuori, coinvolgendo anche uno dei suoi migliori amici. Il nostro protagonista finì malissimo: ucciso in maniera raccapricciante, raccontata con tutti i particolari più crudeli. Va bene, alla fine frega la morte e ritorna, ma rimane comunque il segno di tutto quello che gli è successo.

Insomma, mi fa sorridere, che ci siano persone cristiane che sbandierano il loro “niente horror: siamo seguaci del Dio della luce”, dimenticandosi di quanto la stessa storia alla base del cristianesimo abbia degli elementi profondamente cupi e drammatici.

(Del Vecchio Testamento e del suo lato spiccatamente orrorifico e scabroso parlerò un’altra volta.)

Chiudo con una delle idee in cui credo con più convinzione. Giocare con l’ignoto, sfidare ciò che ci spaventa, riflettere sull’oscurità ed elaborare strategie per farsela amica è una cosa buona per tutti.

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A proposito di fare amicizia con l’oscurità. (Loro sono andate oltre, e attualmente hanno una sana e amorevole relazione nella mia vetrina dei Playmobil.)

 

“L’ingranaggio” – Recensione

Titolo: L’ingranaggio
Autore: Valerio Amadei
Editore: La Signoria Editore
Pubblicazione: Ottobre 2017

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Una delle cose che apprezzo di più in un romanzo fantasy (a qualsiasi ramo del fantasy appartenga) è la consapevolezza dell’autore del mondo che ha creato. Mi spiego meglio. Ci sono autori che dipingono un piccolo quadro con pochi dettagli e altri che imbastiscono un mondo vastissimo nel quale non sai più dove guardare. Vanno bene entrambe le cose, a patto che l’autore conosca benissimo il proprio mondo e sia capace di far trasparire tra le righe questa sua conoscenza. Un autore che sa tutto o quasi della propria ambientazione riuscirà molto probabilmente a fartela percepire come verosimile anche quando sta scavando nell’abisso dell’immaginazione.
Ecco, L’ingranaggio di Valerio Amadei soddisfa in pieno la mia necessità di sentire che il creatore padroneggia benissimo il suo mondo. Direi che in questo romanzo necropunk (è l’autore stesso a definirlo così) l’ambientazione è la vera protagonista. L’aspetto scientifico e tecnologico, insieme all’atmosfera generale che incombe sul mondo e sui personaggi, sono ciò che ho amato più di tutto di questo romanzo.

Siamo a Firenze, in un mondo post-apocalittico, dove la tecnologia è regredita e un terribile crollo demografico ha costretto la popolazione a dover ricorrere a dei cadaveri rianimati come forza lavoro. Un gruppo di scienziati è la guida politica della città, e tra loro ce n’è uno, Apollo Nosi, che nel tentativo di risolvere il problema demografico scatena involontariamente un’epidemia terribile. La città è sull’orlo del caos totale, e Apollo dovrà gettarsi in una lotta contro il tempo, contro i leader della città e contro se stesso per trovare una soluzione. Insieme a lui, a decidere le sorti della città, ci sono l’indomabile Vanessa, i fanti della divisione Tecnopotenziata dell’Esercito, con le loro formidabili armature, i Tecnosofi, ovvero coloro che cercano di recuperare le tecnologie perdute, i Figli del Fiume, un culto religioso che predica un ritorno alla natura, e molti altri.

L’ingranaggio costruisce alla perfezione il suo mondo, pur non raccontando ogni cosa. Per esempio, non sappiamo quale catastrofe abbia portato la regressione e il crollo demografico. Ma non importa: abbiamo quanto basta per capire, e se non conosciamo i dettagli, non possiamo non sentire il peso opprimente degli eventi non detti, oltre che il dubbio su ciò che si profila all’orizzonte. Questa atmosfera oscura nella quale guizzano a tratti lampi di possibilità future è uno degli aspetti che dà personalità all’opera.

L’altro aspetto davvero valido è la capacità di descrivere pseudo-scienze e pseudo-tecnologie in maniera – passatemi il termine – plausibile, rendendo le descrizioni godibili e dettagliate, sebbene mai troppo lunghe. Spesso i dettagli tecnici si infiltrano anche nelle scene d’azione, senza appesantirle, semmai impreziosendole. Queste ultime sono un altro punto di forza: ritmate, sostanziose, chiare e coinvolgenti. Davvero un piacere leggerle.

Il difetto maggiore di quest’opera, secondo me, è la gestione dei tempi narrativi. Può darsi che questo sia un mio gusto personale, ma in più di un’occasione mi sono trovata a desiderare un maggior sviluppo per alcune scene, personaggi o temi. Per esempio: c’è una scena d’azione bellissima, dove uno dei personaggi fa una cosa terribile per salvarne un altro. Noi sappiamo che questi due sono amici, ma abbiamo visto poco il loro legame, in brevi scene che forse non riescono a darci del tutto la misura di ciò che condividono, sia a livello di sentimenti che della causa comune in cui credono. Ecco, se avessimo avuto più occasioni per conoscerli meglio, quella scena avrebbe avuto un impatto ancora maggiore.
Anche la scansione temporale della vicenda non sempre aiuta a immergervisi: per esempio, le prime 60 pagine sono capitoletti che presentano il mondo, i personaggi e la situazione generale, ciascuno ambientato in un anno diverso, fino a giungere al momento in cui scoppia il caos. Per quanto abbia apprezzato la costruzione precisa del mondo, ho trovato l’ingresso nella vicenda un po’ faticoso, proprio per la scelta di spezzare così la narrazione.

Nonostante quanto detto sopra, l’opera è assolutamente piacevole, divertente, interessante e molto originale. I molti personaggi si lasciano apprezzare, la narrazione scorre rapida, senza che ci si annoi un secondo, la tensione non viene mai meno, l’atmosfera cupa di questa Firenze alternativa accoglie il lettore e non lo lascia andare.
Ve la consiglio caldamente. Ci sono anche altri due romanzi più brevi e una raccolta di racconti ambientati in questo mondo: conto di recuperarli al più presto. Datemi l’Italia, e soprattutto Firenze, in tutte le salse fantastiche possibili, e io leggerò con estremo piacere.

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