Il mondo al contrario

Oggi è il Martedì Grasso, l’ultimo giorno (e il più importante) della festa di Carnevale. Conosciuto a partire dal Medioevo, ma con origini che si perdono e si frammentano in tante feste antiche basate su concetti simili, il Carnevale si prefigge di regalare una manciata di giorni di festa, cibo e sovversione delle regole prima che la rigida Quaresima (il periodo di penitenza e purficazione prima di Pasqua) arrivi a rimettere in riga la società.
La tradizione vuole che durante il Carnevale ci si travesta. Si perde la propria identità per gioco, rubandone un’altra, spesso grottesca o assurda o ridicola. Alla maschera si unisce spesso il concetto dello scherzo, lo sberleffo irriverente, il riso tagliente che non risparmia nessuno. Questo era vero in passato e permane oggi in alcuni Carnevali storici, con i carri allegorici, veri e propri capolavori di artigianato e di satira.
Insomma, il Carnevale porta con sé la pretesa ribelle di ricreare per qualche giorno una società completamente nuova e folle, dove le leggi del mondo sono tutte al contrario, l’autorità è sbeffeggiata e la morale completamente dimenticata. Poi ci penserà la Quaresima a far tornare tutto come prima. Nel frattempo, su la maschera, e balliamo.

Mi piacerebbe scrivere un post di studio serio sulle origini e sull’essenza del Carnevale, ma oggi mi limiterò a qualche suggestione e alla mia esperienza.
Non so perché il travestimento mi abbia sempre affascinata, né perché ogni volta che vedo un guizzo di stoffa colorata, un accessorio teatrale, il lembo di un mantello o l’angolo di una maschera, io avverta un’emozione così profonda. Se fossi un tipo nostalgico attribuirei questi sentimenti all’infanzia, e ai bei Carnevali vissuti allora. Ma non sono un tipo nostalgico, e comunque non credo che la risposta sia solo da ricercare nei ricordi.
E allora?
Perché le costumerie teatrali mi fanno venire i brividi? Perché sono caduta in pieno nel baratro del cosplay, dal quale spero di non uscire mai? Perché, a quasi trentacinque anni, continuo a festeggiare il Carnevale, imperterrita, ignorando il fatto che probabilmente ho trent’anni di troppo per essere socialmente accettata come un’appassionata di maschere e costumi?

Forse può aiutarmi l’essenza del Carnevale di cui scrivevo all’inizio: la sovversione delle regole del mondo, la possibilità di riscrivere, per un poco, la realtà stessa. Questo aspetto mi affascina e mi stimola, e fa parte profondamente di me.
Inoltre c’è anche l’amore per il costume in sé: creare un abito o un accessorio, scegliere i materiali adatti, ricreare un modello esistente, trovare il modo più efficace di rendere un certo effetto, sono tutte cose che ho sempre amato moltissimo (soprattutto da quando le faccio insieme a un gruppo di persone che condivide con me questo amore.) Insomma, l’aspetto dell’artigianato non è assolutamente secondario, quando penso alla mia passione per il travestimento.
Ma il punto centrale probabilmente è un altro. Io credo fermamente che spesso la maschera possa essere capace di rivelare al mondo quello che veramente siamo.
E qui vado controcorrente rispetto alla retorica che vuole la maschera come allegoria del nascondersi, del celare il nostro verio io, dell’ipocrisia di chi mostra una falsa faccia al mondo. La maschera del Carnevale, del gioco o del teatro è tutt’altro. Si tratta di un vestire i panni di qualcun altro che però, in qualche modo, esalta il nostro vero essere. Nel travestimento emergono la nostra immaginazione, la nostra abilità, la nostra capacità di interpretare e di giocare (giocare è una delle mie parole preferite, sì.) Tutto diventa un eterno teatro, sul palco del quale dobbiamo tirare fuori quello che siamo nel modo più vivo, colorato e poliedrico possibile.

Esistono maschere che ci nascondono e altre che ci rivelano più di mille parole. Io queste ultime le amo profondamente e continuerò a difenderle e a indossarle fino alla fine. A Carnevale, durante le fiere del fumetto, per Halloween, sul palco di un teatro e in qualsiasi occasione in cui ci sia una scusa per travestirsi.

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Testimonianze antiche e recenti che dimostrano quanto scritto sopra. Io a dieci anni nei panni di Belle da “La Bella e la Bestia”, e accanto io nel 2014 in cosplay da Esmeralda da “Il gobbo di Notre Dame”. (Foto editate da Shu)

 

Avete ancora voglia di parlare di costumi e travestimenti?

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Gente che gioca

Quando spiego cos’è il gioco di ruolo a persone che non ne hanno mai sentito parlare, oppure che hanno idee molto vaghe e confuse al riguardo, noto sempre uno smarrimento iniziale di fronte al concetto base: un gruppo di adulti attorno a un tavolo, a inventare una storia, supportati da qualche regola e qualche tiro di dado. Davvero?, chiedono, mentre sembrano voler dire: tutto qui?
Poi, se l’interlocutore è disponibile all’ascolto, pian piano riusciamo a capirci, anche se io, travolta dall’amore per ciò che racconto, faccio fatica a essere precisa, e lui, distante da ciò che gli sto dicendo, non sa figurarsi una cosa tanto semplice e tanto potente.
Il succo, dunque, è questo: c’è della gente che si mette attorno a un tavolo, con un manuale che detta alcune regole di base, una scheda che ti dice cosa il tuo personaggio sa fare, una manciata di dadi, e poco altro (a volte nient’altro.) E si racconta una storia. La storia può essere di qualsiasi genere, e se tutto è partito dal fantasy, oggi esistono giochi di ogni tipo: supereroi, fantascienza, guerra, vita quotidiana…
C’è un manuale che fornisce le regole e spesso anche l’ambientazione. Ti aiuta a costruire il personaggio, dicendoti cosa sa fare e quali sono i suoi tratti principali.
Ci sono personaggi da sviluppare e da far crescere. Personaggi che evolvono sia a livello di numeri sulla scheda, sia di storia personale. O magari personaggi che diventano più grossi e più forti, per picchiare meglio i mostri.
C’è un master che crea la storia, e ci sono i giocatori che ne interpretano i protagonisti. Il master decide dove si va, i giocatori ci arrivano a modo loro, e tante volte, durante il percorso, cambiano ogni cosa – persino la meta.

Se vorrai seguirmi e addentrarti in questo post, ti parlerò della mia storia di giocatrice e di master, di vari giochi e di una splendida esperienza recente. In fondo al post troverai link informativi su tutto quello che citerò.

Quando ero alle superiori avevo un paio di compagne di classe giocatrici. Fu proprio una di loro che nel dicembre 2006, quando avevo 23 anni, mi invitò alla mia prima sessione.
“Ehi, ti va di partecipare a un live di Vampiri?”
Un momento. Cos’è un live? Cos’è Vampiri? All’epoca non sapevo nessuna delle due cose.
Un live è una sessione di gioco di ruolo dal vivo. Stessa cosa, solo che stavolta si agisce, oltre che raccontare. Non ne ho grande esperienza: ho partecipato solo a quel primo, magico momento di incontro con il gdr, ma non escludo in futuro di sperimentare di nuovo quest’altro aspetto del gioco.
Comunque, le dissi di . E durante quella serata socializzai con alcuni ragazzi. Qualche settimana dopo mi dissero: “Stiamo per iniziare una nuova campagna di gioco, ti vuoi unire?”
Fu così che nel febbraio 2007 cominciai a frequentare ogni due settimane il seminterrato della nonna di due membri del gruppo, un posto dominato da una scaffalatura bianca nella quale facevano bella mostra di sé una collezione di manuali di gioco e un esercito di action figures di personaggi di anime e manga.
Queste ultime erano perfette per la nostra campagna: giocavamo a BESM – Big Eyes Small Mouth, un gdr con l’ambientazione ispirata all’animazione e al fumetto giapponese. Il master, che sarebbe diventato poi uno dei miei migliori amici, ci conduceva attraverso una vicenda che partiva da una scuola con qualcosa di speciale (un artefatto semidivino nascosto sotto di essa) per arrivare a un’infinità di mondi e dimensioni. L’avventura durò quasi otto anni, e ci portò a combattere contro delle versioni alternative di noi stessi, riscrivere il tempo e psicanalizzare Dio (seriamente.)

A novembre 2007, per il mio compleanno, il mio gruppo di gioco mi regalò il manuale di BESM (mi fu consegnato tramite una specie di caccia al tesoro. Mai sprecare un’occasione di giocare, insomma.) Era un modo per suggerirmi di sperimentare il ruolo di master. E infatti l’estate successiva preparai una oneshot, una sessione singola, ambientata in una Londra vittoriana densa di magia, ispirata a manga gotici e dark, come God Child di Kaori Yuki e simili.
Alla fine della sessione mi fu chiesto: “Quando facciamo la prossima?”
… un momento, ma non era una oneshot?
“Complimenti: è appena diventata una campagna.”
E campagna fu. Abbiamo giocato per cinque anni, con cadenza bimestrale, e i miei giocatori hanno distrutto un’associazione criminale vagamente massonica, riportando un po’ di pace tra le tormentate strade di Londra (hanno anche trovato il Santo Graal, tra le altre cose.)

Attualmente ho due campagne regolari in corso: una da giocatrice e una da Master. La prima è una storia di supereroi, con l’ottimo sistema di Mutants&Masterminds, creato appositamente per storie a tema supereroistico, con tutti i cliché tipici (e amati) di questo genere, e la possibilità sia di costruire personaggi dotati di poteri piuttosto classici, sia di spaziare con l’immaginazione e creare eroi totalmente originali.
La mia campagna da master usa ancora BESM come sistema, anche se la vicenda non segue più l’ispirazione nipponica, ma è ambientata in una versione della Terra di mia invenzione, tra steampunk e magia. La scelta di BESM è dovuta al fatto che è un gioco semplice e già conosciuto dai miei giocatori, facilmente adattabile a tutte le esigenze, e quindi modificabile (anche a livello di regole) perché possa adeguarsi all’ambientazione.
Ci sono poi due campagne di Dungeons&Dragons IV edizione, portate avanti secondo la cadenza del “quando ci siamo tutti” (che può voler dire “una volta al mese” oppure “una volta l’anno”.)
(Visto che questo post si prefigge di essere informativo anche per chi non abbia alcuna dimestichezza con il gdr, Dungeons&Dragons è il primo gioco di ruolo a essere stato inventato: correva l’anno 1974 e due autori americani, Gary Gygax e Dave Arneson, crearono la prima edizione di questo colosso del gioco, che da allora continua a essere ripubblicato e aggiornato. Per tanti anni D&D è stato anche l’unico gioco di ruolo, o perlomeno, il più diffuso e l’unico che riusciva ad arrivare nei negozi. Per molte persone, “D&D” e “gdr” sono sinonimi. Poi il mondo si è ingrandito e la passione per il gdr si è diffusa, permettendo a un’abbondanza di titoli di invadere negozi e fiere, e allargando a dismisura la possibilità di sperimentare mondi diversi.)

Negli anni ho avuto modo di provare molti giochi, sia con i miei amici che in eventi pubblici. In gran parte è merito di un posto meraviglioso al quale io spero che prima o poi riusciate ad approdare: Stratagemma, un negozio fiorentino di giochi, collezionismo, fantasy e nerderie varie. È un luogo realmente magico, gestito da persone dotate di grande creatività e grande umanità, che oltre ad avere un negozio fornitissimo e una competenza ineccepibile, organizzano eventi di ogni tipo. Ho avuto la fortuna di essere sia giocatrice che master, durante questi momenti, potendo così sperimentare nuovi sistemi di gioco e socializzare con tanta gente interessante.

L’ultimo di questi eventi è stato l’RPG, ovvero Role Play Gathering, una convention che si è tenuta il 27 e il 28 gennaio 2018 a Firenze. Due giornate intensive di gioco, dalle 10 alle 20, con tanti titoli e tanta gente.
Se potessi, mi piacerebbe davvero passarvi tutta l’emozione che si provava attraversando le sale della convention e vedendo e sentendo i tavoli in pieno gioco, colmi di energia.
Io ho fatto il master in due sessioni: una di Mutants&Masterminds e una di Enascentia, un’ambientazione per il gioco Savage Worlds. Si tratta di un bel setting fantasy, senza le razze classiche di questo genere (umani, elfi, nani, etc.) ma con dieci nuove razze, tutte ben concepite, originali e divertenti da giocare, in un mondo dove i personaggi vengono generati già adulti e comprensivi di tutte le conoscenze necessarie alla vita.
In entrambi i giochi ho avuto la fortuna di avere giocatori ottimi: o esperti, e quindi capaci di cogliere al volo regole e meccaniche di gioco, oltre che di calarsi subito nel personaggio, oppure “giovani” ma desiderosi di sperimentare e assaporare il più possibile l’esperienza. Il risultato è che il master si diverte il triplo.
Durante la convention ho anche giocato a Tails of Equestria, il gdr dei My Little Pony. Sì, avete capito bene. Guardate che è un gioco fantastico. Soprattutto se tutti i giocatori ne esaltano il potenziale comico. Sono uscita dalla sessione con il mal di pancia per le risate.

Chiudo questa carrellata di ricordi personali con una riflessione che in realtà spero sia già emersa da ciò che ho raccontato. Il gioco di ruolo talvolta sa essere realmente un corso di formazione alla vita.
Seguire le regole, interpretare, combattere con i propri limiti e trovare il modo di superarli, essere consapevoli di quello che si può fare e usarlo al meglio, collaborare, interagire… Tutte queste skill, prima ancora che nel gioco, sono fondamentali nella vita, ed è bello avere un modo creativo di esercitarle.
E poi, il gdr è la cosa più sociale che possiate immaginare. Lo è per sua natura, lo è a partire dal modo in cui si trasmette il “contagio”: per lo più si inizia perché qualcuno ti coinvolge e ti fa provare.
Il gdr tira fuori lati di te che non sospettavi di avere, o ti fa capire meglio chi gioca con te. Ti offre l’opportunità di sfogare energie che altrimenti si accumulerebbero dentro di te, ti dà la maniera di scaricarti e ricaricarti, addirittura riesce a renderti più consapevole di te stesso.
E ti diverte. E questa è una cosa preziosa. Il divertimento è sacro, è uno dei cuori della nostra esistenza, è quello che ci accende di passione, ci rende capaci di scoprire ed esplorare, ci fa imparare, ci motiva e ci attiva. Non date credito a chi denigra il divertimento. Anzi, inseguitelo sempre. Forse da solo non basta a renderci felici, ma è una delle luci più ardenti nel buio di tutte le cose.

Quindi, in conclusione, giocate e divertitevi, sempre. Se conoscete già il mondo del gioco di ruolo, ritenetevi fortunati. Altrimenti, guardatevi intorno e provate. Non è detto che faccia per voi, certo, ma se per caso vi sarà congeniale, vi si spalancheranno universi indimenticabili.

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Dadi. Non se ne ha mai abbastanza.

Per saperne di più:

Stratagemma

RPG

Vampire: The Masquerade

BESM – Big Eyes Small Mouth

Mutants&Masterminds

Dungeons&Dragons

Enascentia

Savage Worlds

Tails of Equestria

Le mie storie sull’ambientazione steampunk-magica della mia attuale campagna di gioco le trovi qui

Tutto è politico

Ho iniziato il mio percorso di avventuriera del web intorno al 2000 e da allora non ho mai smesso di esplorare terre di ogni genere, alla ricerca di pareri interessanti su tutto ciò che è arte, letteratura, musica, creatività e immaginazione. E fin da allora c’è un tipo di commento che mi ha sempre lasciata profondamente perplessa. Negli ultimi anni mi sembra di aver riscontrato un aumento vertiginoso di questo genere di opinione, ma vi giuro che sono incappata numerose volte in questa obiezione ormai da anni.
Si tratta di un’opinione con la quale non potrei essere più in disaccordo.

Il commento che da 18 anni mi fa sgranare gli occhi e scuotere la testa è il seguente:

“La politica dovrebbe rimanere fuori dalle opere d’intrattenimento.”

Che poi si può declinare in mille altri modi:

  • “Un artista dovrebbe limitarti a fare arte e non dovrebbe imporre le sue idee politiche al fruitore della sua arte.”
  • “Determinate scelte all’interno di un’opera sono dettate solo dalla politica.” (su questa cosa scriverò presto in maniera più approfondita.)
  • “La presenza di [inserire tematica a scelta] nella determinata opera rovina quest’ultima, perché immette l’attualità in un mondo di fantasia.”

Potrei andare avanti, ma mi fermerò qui per fare degli esempi che chiariscano perché, secondo me, questa pretesa che l’arte e la politica siano distinte è a) una sciocchezza e b) impossibile da realizzare.

1. Nel 2015 è uscito Star Wars – Aftermath, il primo romanzo di una trilogia che racconta cos’è accaduto nella galassia al centro delle vicende di Star Wars dopo la fine dell’Episodio VI. Questo primo volume segue le vicende di un gruppetto di ribelli con una missione da compiere, e mostra sprazzi della fine dell’Impero, raccontando com’è ripresa la vita sui vari pianeti, oppure come le forze sconfitte abbiano comunque cercato di mantenere il potere fino all’ultimo momento. Il romanzo è stato scritto da Chuck Wendig. Io non ho mai seguito l’Universo Espanso di Star Wars (il vecchio canone), né avevo particolare desiderio di approfondire quello nuovo, ma apprezzo molto Wendig come autore, così ho letto Aftermath. L’ho trovato piacevole, con una storia principale carina ma non eccelsa e dei personaggi discreti. I capitoli che mostrano la vita nella galassia che cerca di liberarsi delle ultime tracce dell’Impero, invece, li ho amati molto.
Questo libro ha raccolto immediatamente schiere di detrattori. Su coloro a cui il libro non è piaciuto per motivi legittimi (lo stile di Wendig è particolare, e forse in questo libro non è sempre brillante come in altre sue opere), non ho niente da dire.
I detrattori che mi interessano sono quelli che hanno aggredito il libro perché “nel mondo di Star Wars non c’è posto per le idee politiche dell’autore!”
A parte che la politica in generale è uno dei temi basilari di Star Wars. Il punto però è un altro: sapete qual era la presunta imposizione delle idee politiche dell’autore? La presenza di alcuni personaggi omosessuali. “Nel mondo di Star Wars non c’è bisogno di parlare di queste cose”, dicevano alcune recensioni distruttive a proposito del libro (l’autore stesso ne parlò nel suo blog.)
Questo scaturisce una domanda, che non sono certo stata l’unica a pormi: in un mondo dove ci sono gli alieni ed è perfettamente normale, perché non dovrebbe esserci un personaggio omosessuale? In un’ambientazione che celebra la varietà e la molteplicità dell’esistenza, cosa c’è di strano in questo?
Non sarà che l’obiezione ne nasconde un’altra, e cioè: “L’autore ha scritto una cosa che non piace a me, e quindi non va bene”?
Ma facciamo un altro passo avanti. Chuck Wendig è sempre molto attivo sul fronte della lotta per i diritti di tutti, e usa, a mio avviso, in maniera saggia l’autorità che gli viene dal fatto di essere un personaggio pubblico, facendosi portavoce di temi che reputa importanti. Ammettiamo che abbia deciso di inserire un personaggio gay non solo perché questa caratteristica gli si addiceva (a sostegno di questa tesi vorrei dire che io ho trovato Sinjir il più funzionante tra i personaggi del romanzo.) Ammettiamo che abbia voluto un personaggio omosessuale anche perché ritiene l’omosessualità la cosa più normale del mondo, e sentiva la necessità di dare questo messaggio ai suoi lettori.
Non aveva pienamente il diritto di farlo?
Esattamente, cosa c’è di diverso dalle scelte che fanno, ogni giorno, milioni di creativi sulla faccia della Terra, che riempiono del proprio credo, dei propri valori e delle proprie visioni qualunque tipo di arte stiano realizzando?
Se la scelta di Wendig è politica, allora mi dispiace darvi una brutta notizia: la politica è dappertutto. Non è possibile fare arte senza che una fetta consistente della nostra visione del mondo ci scivoli dentro. E questa è la verità.

2. Per capire il secondo esempio, devo spiegarvi in tre righe cos’è il fenomeno Hamilton. Si tratta di un musical rap su uno dei Padri Fondatori d’America, andato in scena per la prima volta nel 2015. Se state sorridendo a questa menzione, sapete di cosa sto parlando. Se state sgranando gli occhi alle parole rap e Padri Fondatori nella stessa frase, credetemi: per folle che possa sembrare, il musical funziona. In molti (tra questi molti ci sono anch’io) lo reputano geniale. Un giorno ve ne parlerò diffusamente. Per il momento mi limito a dirvi due o tre cose importanti: è stato scritto da Lin-Manuel Miranda, un newyorkese di origini portoricane e il cast è per la maggior parte composto da attori neri, latini o asiatici. Volutamente, perché questa è “l’America di oggi che racconta l’America di ieri”, per citare lo stesso autore. Nel ritratto (interessante e non agiografico) che il musical fa di Alexander Hamilton entrano in gioco tanti temi che fanno luce sull’anima dell’America contemporanea, insieme a tematiche universali: l’affermazione personale, il desiderio di lasciare un’eredità significativa, la libertà.
Alla fine del 2016. il vice-presiente appena eletto Mike Pence andò a vedere lo spettacolo a Broadway. Il cast, con l’approvazione di tutto il team creativo dell’opera, autore compreso, rivolse un breve saluto al vice-presidente, il cui cuore era questo: abbiamo paura che il nuovo governo non si prenda a cuore i diritti di tutti, fate che non sia così.
Vi lascio immaginare il caos successivo a questa vicenda (in fondo al post c’è il link a un video della scena.) In molti, moltissimi (presidente compreso) si dissero offesi dal discorso, perché “la politica deve stare fuori dai teatri.”
Sì, avete capito bene: “la politica deve stare fuori dai teatri”, detto in riferimento a un’opera che parla di politica, che riscrive con una prospettiva particolare un pezzo della storia americana e che propaganda il concetto di integrazione fin dal primo istante in cui il cast compare sul palco.
Certo, si potrebbe obiettare che quel messaggio finale era fuori dall’opera, e non parte integrante del contenuto artistico in sé. Ma un musical che dice, in uno dei momenti più tesi e commoventi (il brano “The world was wide enough”):

“Legacy. What is a legacy?
It’s planting seeds in a garden you never get to see
I wrote some notes at the beginning of a song someone will sing for me
America, you great unfinished symphony, you sent for me
You let me make a difference
A place where even orphan immigrants
Can leave their fingerprints and rise up”

è già un’opera che porta in sé lo stesso identico messaggio letto da uno degli attori al termine della performance.

No, la politica non deve e non può stare fuori dai teatri, dai libri fantasy, dai film, dalla musica o da qualsiasi altra forma d’arte. Per il semplice motivo che c’è sempre stata. La verità è che tutto è politico, soprattutto nell’arte.

Cito dal Vocabolario Treccani:

“Politico:

3. Per estens., che si riferisce al vivere civile, alla vita associata, spec. con riferimento alle norme che la regolano; con uso sostantivato di valore neutro, il politico, la sfera pubblica, l’ambito sociale di un individuo (soprattutto in contrapp. all’ambito personale e privato).
4. Nell’uso letter., che partecipa alla vita sociale e civile (in questo senso riprende uno dei sign. che il termine aveva in greco): l’uomo è un animale p., traduz. della frase aristotelica ἄνϑρωποςζον πολιτικόν.”

Ripeto: nell’arte, tutto è politico. Anche la fanfiction che abbiamo scritto a tredici anni sui nostri personaggi preferiti di un manga romantico. Anche la canzoncina che abbiamo inventato per i nostri alunni di terza elementare. Anche il film horror amatoriale che abbiamo girato nel cortile di casa.
Tutto è politico perché noi siamo creature intrinsecamente politiche: viviamo nel mondo, ne siamo parte (indipendentemente da quanto ci piaccia e quanto ci interagiamo), e non è pensabile che siamo in grado di creare qualcosa che esuli completamente dal nostro pensiero.
Pezzi della nostra visione del mondo emergono in modo più o meno conscio in tutto quello che inventiamo. Anche la scelta di una singola parola invece che un’altra può avere un significato profondamente politico.

(Qualche giorno fa ho intavolato una discussione con una delle mie fedeli beta reader: se in un romanzo fantasy uso il termine colonia, riferendomi a una situazione analoga a quella della Magna Grecia, cioè un popolo che va a fondare città in luoghi disabitati, con l’intento di diffondere la propria cultura, non rischio invece di riportare alla mente del lettore un altro tipo di colonia e di colonialismo, e cioè, per esempio, quello europeo, crudele e distruttivo, che ha devastato il mondo dal XVI secolo in poi?
Era una parola. Ci ho pensato per giorni. Ho avuto bisogno di discuterne. Non ho ancora preso una decisione definitiva. Una parola – ma una parola basta. Le parole le assorbiamo con la cultura che ci circonda. C’è tanto, in quelle parole, e non dovremmo mai darle per scontate. Capire il nostro vocabolario personale è un’attività di auto-analisi molto interessante, che può portarci davvero a una miglior comprensione di noi e di come l’ambiente attorno a noi ci trasforma. Perché anche questo fa parte dell’aspetto politico di ognuno di noi.)

In conclusione: la politica e l’attualità dovrebbero stare fuori dall’arte? No, perché ci sono già, anche quando non le vedi. L’unica cosa da fare, se la loro presenza ti irrita, è chiederti perché. E meditare sulla risposta.

Grazie per essere arrivati fino a qui: è stata lunga ma ce l’avete fatta. Tornerò a parlare di questo argomento, in futuro.

Se volete documentarvi su quello che ho raccontato:

Chuck Wendig e il suo sito. (Leggete la serie di Miriam Black, è stupenda.)
Yorktown, uno dei pezzi di “Hamilton”, qui nella versione live messa in scena ai Tony Awards del 2016, con un’introduzione illustre che spiega molto bene l’idea dietro a questo musical (mi dispiace solo che le parolacce siano censurate, vista l’occasione.) Per darvi un’idea di come possa funzionare l’accostamento tra “rap” e “Padri Fondatori”.
Il cast di “Hamilton” si rivolge al vice-presidente degli Stati Uniti.

“I Mondi del Fantasy VII” – Recensione

Titolo: I Mondi del fantasy VII
Autori: Vari
Editore: Limana Umanita
Data di uscita: Novembre 2017

L’antologia “I Mondi del Fantasy VII” raccoglie i diciotto racconti selezionati tramite un concorso da Limana Umanita.
La raccolta incarna bene l’anima poliedrica del racconto fantastico che, lungi dal chiudersi in schemi conosciuti e ripetitivi, è capace di “guardare oltre” e soprattutto “immaginare oltre”. I diciotto racconti, di livello generalmente molto buono, portano in scena ambientazioni differenti e mostrano quanti possano essere “i mondi del fantasy”, e quanto siano straordinariamente diversi, variegati e affascinanti.

Si comincia con un fantasy classico, con una società elfica dalle regole ben precise, raccontata nel delicato e coinvolgente “Respiro” di Micol Fusca, una buona apertura della raccolta, che conduce all’emozionante “Il Tempio del Destino” di Alessio Del Debbio, dove la magia e le creature del folklore si manifestano in una Toscana rurale antica. Un racconto pregevole per le idee, lo stile e il messaggio.
Del terzo racconto, “Stragi e popcorn”, non parlerò molto, perché è il mio: mi limito a dire che sono onorata di essere in questa raccolta, perché la mia piccola storia di viaggi tra i mondi e cinema dimensionali è in compagnia di ottimi autori.
“Il sapore della morte” di Alberto Pietrantoni è un esempio di fantasy d’azione, ambientato in una contemporaneità dove è presente il sovrannaturale, che qui viene utilizzato per creare un potere indubbiamente originale e una buona protagonista.
Molto interessante l’intreccio onirico di “Il settimo custode” di Giuseppe Gallato, probabilmente uno dei racconti che ho apprezzato di più e del quale preferisco dire poco per non rovinare la sorpresa del lettore.
“Anime colorate” di Serena Artuso racconta di angeli e demoni nel nostro mondo, facendo uso di elementi e situazioni piuttosto “classici”, per quanto riguarda questo tipo di storia. Ne ho apprezzato però lo stile, dotato di personalità.
“A tua immagine e differenza” di Alberto Tivoli è un altro dei miei preferiti, soprattutto per la struttura non scontata, che rende coinvolgente la vicenda fin dall’ottimo incipit. Una rivisitazione in chiave dieselpunk della storia contemporanea, che ben bilancia efficaci scene di battaglia con personaggi approfonditi e credibili.
“Vano doccia…” di Luca Simioni, ghost story contemporanea, diverte soprattutto per la scrittura intrisa di un umorismo mai forzato che strappa più di un sorriso.
“L’Altra Dimensione” di Alessandra Leonardi parte dalla Roma reale per aprirci le porte di un’altra città. Un ottimo esempio di urban fantasy di ambientazione italiana, che in poche pagine crea una buona storia e fa desiderare di scoprire di più su questo mondo. Insieme al racconto di Alessio Del Debbio, questo ha sfamato il mio costante desiderio di storie che sappiano portare in modo credibile la magia in Italia. (Ne abbiamo disperatamente bisogno.)
“Il vecchio Oak” di Marco Losi ci conduce alla scoperta di una foresta e del suo inquietante guardiano. Il racconto vanta una buona costruzione e un finale degno di nota per l’abilità con cui evita tutti i cliché in cui si sarebbe potuto impantanare.
Ambientazione fantasy ma problemi molto realistici per “Il giorno della protesta” di Marco Lovisolo. Forse manca di una trama forte rispetto ad altri racconti, ma il tono scanzonato e le situazioni umoristiche lo rendono comunque molto godibile.
“L’ultimo branco” di Claudio Lei avrebbe avuto bisogno forse di qualche altra pagina perché la vicenda avesse un po’ più di respiro. Rimane però uno dei racconti più originali, a mio avviso, per l’ambientazione (l’Aldilà dei cani) , per il tema trattato e per le conclusioni a cui giunge.
“Franco il Nero” di Mirko Morotti è un noir sovrannaturale con un buon ritmo e una sorpresa finale. Non è mai semplice accostarsi ai “mostri sacri” della letteratura fantastica, ma personalmente ho trovato interessante la reinterpretazione del personaggio classico che viene utilizzato (non dico altro per evitare spoiler.)
Entriamo di nuovo nel territorio del fantasy classico, un fantasy cupo e inquietante, con “Il disegno grigio” di Sagas Original Works, che pecca un po’ nella parte iniziale, a mio avviso confusa, ma si riprende ampiamente nell’ottimo finale.
“Sogno in nero” di Massimo Tivoli dipinge un mondo contemporaneo schiavo del lavoro e incline a cercare una via di fuga in droghe oniriche. Ma non è mai consigliabile affidarsi a cose delle quali non conosciamo il vero potere. Il racconto, sebbene non sempre chiarissimo, ha la capacità di incuriosire e tenere avvinti fino alla fine.
Una terra dalle leggi piuttosto dure è quella che troviamo in “La vedetta” di Marco Scaldini, forte di un’ottima struttura e di un finale efficace. Un altro di quelli che ho gradito maggiormente.
Alessandro Fresta getta le basi per una buona storia di non-morti nel suo “Il Re Pescatore”, ma la realizzazione è forse un po’ debole, a livello di trama e ritmo. Lo salvano un certo umorismo ben calibrato (soprattutto nella prima parte) e un tocco finale commovente che funziona.
Chiude la raccolta “Ruggine” di Marco Bertoli, che ci porta alla ricerca di un oggetto magico all’interno di un tempio dedicato a una divinità maligna. Gli elementi impiegati mi hanno dato la sensazione di “già visto” (effetto in parte inevitabile, in quanto il racconto vuole essere una parodia del genere), però la scrittura ritmata e il punto di vista ironico del non proprio eroico protagonista sono assolutamente apprezzabili.

Il mio giudizio finale (un giudizio da semplice lettrice e appassionata) è molto buono: la raccolta è godibilissima, con alcune gemme da non perdere, ed è capace di mostrare quanto possa essere vasto e caleidoscopico il mondo della letteratura fantastica. Consigliato a tutti, insomma, ma soprattutto a chi ha poca esperienza di questo genere. “I mondi del fantasy VII” dimostra chiaramente che la fantasia non ha limiti, che la magia si può trovare ovunque e che le dimensioni da visitare sono moltissime.

Evasi vs disertori

Fin da quando questo blog era solo un vago progetto sapevo con cosa avrei cominciato: con un’apologia del fantastico.
Cercherò di evitare di ripetere concetti che gente più intelligente di me ha già espresso molto meglio di me, e partirò dall’esperienza personale.

Quando avevo sette anni, una persona adulta che aveva un certo rilievo nella mia vita fece presente ai miei genitori, in seguito alla lettura di un mio tema, che avevo sicuramente qualche problema nel mio rapporto con la realtà. Il tema incriminato era il classico “Racconta la tua domenica”. La mia domenica era stata vuota di eventi, ma durante quella giornata avevo inventato una storia (avevo giocato una storia, interpretando tutti i personaggi, come spesso facevo), quindi avevo pensato che raccontare quella storia potesse essere un buon modo per svolgere il tema, ovviamente motivando la mia scelta. Anche perché, o era quello, o la lista delle pietanze del pranzo.
La cosa però fu presa da qualcuno come un chiaro segno di una mia dissociazione dalla realtà: “Non sa distinguere la fantasia da ciò che è vero.”
I miei genitori parlarono con me di questa preoccupazione, capirono dopo due millisecondi che era una stronzata e mi dissero di continuare a giocare come preferivo.

Questo episodio mi insegnò tre cose: a non fidarmi degli adulti, a non scrivere nei temi le cose importanti e a considerare i mondi che prendevano vita nella mia testa come qualcosa di cui era bene non parlare con nessuno.

Quando ti crei una prigione, poi ci vuole moltissimo tempo a venirne fuori. Non ho mai smesso di scrivere e progettare storie, ma ho dato per scontato che “non fosse il caso” di esternarlo, almeno fino ai primi anni di università. Non voglio dare tutta la colpa a quell’adulto zelante, che nella sua chiusura mentale pensava di farmi un favore. Ma quando ho ricominciato a dire al mondo che il fantastico era una parte profondissima della mia vita, mi sono resa conto di come, negli anni, avessi involontariamente assorbito anch’io quell’idea per cui la fantasia è roba da bambini e un sano distacco da essa è una tappa necessaria alla crescita.
Sono cresciuta come una nerd in un’epoca in cui determinate passioni erano veramente rarissime (i miei primi amici nerd li ho avuti intorno ai ventun’anni, grazie ai forum online. Poi il tempo è passato e anche i miei vecchi amici hanno acquistato qualche sfumatura di nerd, ma è stato tanti anni dopo.)
Insomma, le cose erano ben diverse da oggi, dove è perfettamente normale anche per lo spettatore “non addetto ai lavori” andare a vedere l’ultimo della Marvel o il nuovo Star Wars.

Quando tutto il mondo ti dice che le tue passioni e le tue inclinazioni denotato un tuo pericoloso infantilismo, ma tu sei convinto che ci sia di più, in ciò che ti spinge a leggere, scrivere e immaginare, serve qualcosa o qualcuno che ti riconcili con te stesso.
Nel mio caso, sono state alcune persone, adulte e ancora amanti del fantastico, le prime a farmi mettere in dubbio ciò che percepivo dalla cultura che mi circondava (prima o poi scriverò ancora, e nel dettaglio, di come la cultura italiana in particolar modo abbia avuto per anni un’idea molto distorta del fantastico, e in parte ce l’abbia ancora.)

Quella che potrei chiamare la mia “epifania” definitiva sulla questione, però, giunse quando avevo diciannove anni, grazie a uno dei patroni assoluti dei nerd, ovvero J. R. R. Tolkien. Il vecchio Professore, non pago di avermi rovinato la vita (ho letto “Lo Hobbit” a nove anni. Nessuna altra storiellina edificante sugli animaletti del bosco propinato a scuola ha mai più avuto sapore, dopo quel libro), mi disse:

“[Le fiabe] oggi costituiscono una delle più ovvie e, agli occhi di certi, più oltraggiose forme di letteratura «di evasione»; ed è pertanto opportuno aggiungere, a una considerazione su di esse, alcune osservazioni sul termine «evasione» quale è usato generalmente dalla critica.
Ho affermato che l’Evasione costituisce una delle principali funzioni delle fiabe, e poiché non le disapprovo, è evidente che respingo il tono sprezzante o compassionevole che connota tanto spesso, oggi, il termine. […]
In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale, l’Evasione è chiaramente, di regola, molto positiva e può persino essere eroica. […] Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo puà vedere.
Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata, e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore.”

(“Sulle fiabe”, contenuto in “Albero e foglia”, ed. Bompiani del 2000 tradotta da F. saba Sardi)

Questo è un passaggio famoso, e se siete interessati al fantastico è probabile che conosciate già questa opposizione tra evasi e disertori che secondo me centra benissimo il problema.
Certo, si può vivere la fantasia come una fuga vigliacca dalla realtà. Ma questo non vale solo per essa: milioni di cose possono rappresentare una fuga, se vissute come ossessioni o assoluti a cui ci si dedica per non guardare in faccia noi stessi (il lavoro, il calcio, la religione, un hobby, persino una relazione.)
Ma se l’immaginazione diventa il motore che ti solleva dal buio dell’esistenza e ti lancia nello spazio della tua libertà, allora è qualcosa di sacro e necessario.
Per la me stessa di allora, fu come se un adulto (anche lui con un certo rilievo nella mia vita) fosse venuto da me, con la sua saggezza (non millantata ma vera) e mi avesse detto: “Vai tranquilla, perditi nel fantastico quanto vuoi, non significa che stai cercando di scappare dalla vita così com’è, mai stai cercando una tua libertà interiore in un mondo che non è gentile con nessuno.”

Non so dove arriverà questo blog né quanto andrà avanti, ma spero di poter condividere un po’ di strada con voi e dimostrarvi che tutto questo è vero. L’immaginazione ha una potenza magnifica che è capace di infiammare le nostre esistenze e darci la forza di alzarci in piedi di fronte alla realtà e affrontarla, senza venire devastati da essa – cosa che capita spesso.

Regole (poche)

Sto ancora cercando la voce per questo blog, dove si parlerà di arte, creatività, storie e immaginazione, con un interesse particolare per il fantastico in tutte le sue forme.

Due parole sulle regole di questo posto, giusto per potervi dire che vi avevo avvisati.
1. La prima regola della mia vita e del mio blog è questa: non essere stronzo con il prossimo. Chiunque tu sia, se ti incagli in queste pagine, sii un buon viandante, rispettoso e disposto a condividere e dialogare.
2. La seconda regola invece è questa: il divertimento prima di tutto. Il mio e il vostro. Sono una tipa semplice, chiacchiero di ciò che mi diverte, recensisco ciò che mi piace. Il divertimento è una componente basilare della vita, che è breve, complicata e spesso un po’ una fregatura. Perlomeno divertiamoci.

Buona permanenza. Spero che tra le tante parole che conto di accumulare qui ce ne siano alcune che tu troverai interessanti.

aim at the sky

Il riso e l’amore sono in tutte le cose: le Cattedrali,
costruite in un tempo in cui si amava Dio, sono piene di
bestemmie grottesche; la madre non cessa di ridere del
suo bambino, l’amante dell’amante, la moglie del marito,
e l’amico dell’amico.
Auberon Quin, noi siamo rimasti
separati per troppo tempo: venite, partiamo
insieme. Voi avete un’alabarda, e io ho una spada:
 partiamo per i nostri viaggi attraverso il mondo, giacchè
di esso siamo gli elementi essenziali.
(G. K. Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill)