Il mondo al contrario

Oggi è il Martedì Grasso, l’ultimo giorno (e il più importante) della festa di Carnevale. Conosciuto a partire dal Medioevo, ma con origini che si perdono e si frammentano in tante feste antiche basate su concetti simili, il Carnevale si prefigge di regalare una manciata di giorni di festa, cibo e sovversione delle regole prima che la rigida Quaresima (il periodo di penitenza e purficazione prima di Pasqua) arrivi a rimettere in riga la società.
La tradizione vuole che durante il Carnevale ci si travesta. Si perde la propria identità per gioco, rubandone un’altra, spesso grottesca o assurda o ridicola. Alla maschera si unisce spesso il concetto dello scherzo, lo sberleffo irriverente, il riso tagliente che non risparmia nessuno. Questo era vero in passato e permane oggi in alcuni Carnevali storici, con i carri allegorici, veri e propri capolavori di artigianato e di satira.
Insomma, il Carnevale porta con sé la pretesa ribelle di ricreare per qualche giorno una società completamente nuova e folle, dove le leggi del mondo sono tutte al contrario, l’autorità è sbeffeggiata e la morale completamente dimenticata. Poi ci penserà la Quaresima a far tornare tutto come prima. Nel frattempo, su la maschera, e balliamo.

Mi piacerebbe scrivere un post di studio serio sulle origini e sull’essenza del Carnevale, ma oggi mi limiterò a qualche suggestione e alla mia esperienza.
Non so perché il travestimento mi abbia sempre affascinata, né perché ogni volta che vedo un guizzo di stoffa colorata, un accessorio teatrale, il lembo di un mantello o l’angolo di una maschera, io avverta un’emozione così profonda. Se fossi un tipo nostalgico attribuirei questi sentimenti all’infanzia, e ai bei Carnevali vissuti allora. Ma non sono un tipo nostalgico, e comunque non credo che la risposta sia solo da ricercare nei ricordi.
E allora?
Perché le costumerie teatrali mi fanno venire i brividi? Perché sono caduta in pieno nel baratro del cosplay, dal quale spero di non uscire mai? Perché, a quasi trentacinque anni, continuo a festeggiare il Carnevale, imperterrita, ignorando il fatto che probabilmente ho trent’anni di troppo per essere socialmente accettata come un’appassionata di maschere e costumi?

Forse può aiutarmi l’essenza del Carnevale di cui scrivevo all’inizio: la sovversione delle regole del mondo, la possibilità di riscrivere, per un poco, la realtà stessa. Questo aspetto mi affascina e mi stimola, e fa parte profondamente di me.
Inoltre c’è anche l’amore per il costume in sé: creare un abito o un accessorio, scegliere i materiali adatti, ricreare un modello esistente, trovare il modo più efficace di rendere un certo effetto, sono tutte cose che ho sempre amato moltissimo (soprattutto da quando le faccio insieme a un gruppo di persone che condivide con me questo amore.) Insomma, l’aspetto dell’artigianato non è assolutamente secondario, quando penso alla mia passione per il travestimento.
Ma il punto centrale probabilmente è un altro. Io credo fermamente che spesso la maschera possa essere capace di rivelare al mondo quello che veramente siamo.
E qui vado controcorrente rispetto alla retorica che vuole la maschera come allegoria del nascondersi, del celare il nostro verio io, dell’ipocrisia di chi mostra una falsa faccia al mondo. La maschera del Carnevale, del gioco o del teatro è tutt’altro. Si tratta di un vestire i panni di qualcun altro che però, in qualche modo, esalta il nostro vero essere. Nel travestimento emergono la nostra immaginazione, la nostra abilità, la nostra capacità di interpretare e di giocare (giocare è una delle mie parole preferite, sì.) Tutto diventa un eterno teatro, sul palco del quale dobbiamo tirare fuori quello che siamo nel modo più vivo, colorato e poliedrico possibile.

Esistono maschere che ci nascondono e altre che ci rivelano più di mille parole. Io queste ultime le amo profondamente e continuerò a difenderle e a indossarle fino alla fine. A Carnevale, durante le fiere del fumetto, per Halloween, sul palco di un teatro e in qualsiasi occasione in cui ci sia una scusa per travestirsi.

francy meme
Testimonianze antiche e recenti che dimostrano quanto scritto sopra. Io a dieci anni nei panni di Belle da “La Bella e la Bestia”, e accanto io nel 2014 in cosplay da Esmeralda da “Il gobbo di Notre Dame”. (Foto editate da Shu)

 

Avete ancora voglia di parlare di costumi e travestimenti?

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s