Viviamo in un mondo in cui è facile far risuonare le proprie parole ovunque. La tecnologia, più splendida della magia che tanti autori hanno immaginato per secoli, amplifica le nostre voci e le rimanda in ogni angolo del mondo. E se sei una personalità pubblica, magari una persona che vive della sua creatività, è facile far arrivare ai tuoi appassionati non solo le tue opere, ma anche le tue opinioni, i tuoi gusti, le tue idee politiche, le inevitabili stronzate che dirai, come tuttə facciamo.

E arriverà il giorno in cui qualcunə ti chiederà di prenderti la responsabilità di ciò che hai detto. Perché ciò che hai detto magari era ignorante, indelicato, disinformato, o a volte addirittura dannoso o gratuitamente cattivo.

Che tu accetti il richiamo da parte di chi legge le tue parole oppure che tu vada avanti imperrerritə per la tua strada, adesso le persone hanno scoperto un nuovo lato di te. E potrebbero non apprezzarlo.

Credo sia qualcosa con cui praticamente tuttə ci siamo confrontatə. Un personaggio pubblico che ci piaceva all’improvviso ha espresso un’idea che non è semplicemente distante dal nostro modo di pensare, ma è apertamente discriminatoria o pericolosa.

Per esempio, una scrittrice che segui da una vita si rivela una persona transfobica che fa disinformazione grave sull’argomento.

O un’attrice presente in una delle serie del momento fa esternazioni negazioniste del Covid e pubblica azzardati paragoni storici, assolutamente offensivi.

Non faccio altri esempi, so che avete già in mente varie situazioni simili.

La domanda che in tantə ci facciamo è: se succede, io cosa devo fare? Qual è la scelta giusta, quella etica?

“Bisogna separare l’opera dall’artista!” ci dicono in molti.

Ecco, no.

No, in realtà no. Un’opera ha il suo contesto, la sua epoca, la sua storia, la sua visione. Non è neutra ed è sciocco pensare di poterla “ripulire” da tutto questo.

Certo, mi posso godere un’opera senza pensare al fatto che chi l’ha partorita fosse un essere umano pessimo. Posso godermela anche soprassedendo su eventuali contenuti che ritengo negativi, dannosi o contrari alla mia visione. Posso godermela pur sapendo che viene da un tempo o un contesto con determinate criticità.

Ma se a un certo punto stabilisco che non ho intenzione di supportare un artista a causa delle sue posizioni, non ho bisogno di persone che mi vengono a dire che devo “crescere”, devo “separare l’opera dall’artista”, perché non è quello il punto.

“Allora distruggiamo tutte le opere di Caravaggio perché era un omicida!”

Questa argomentazione l’ho sentita fino alla nausea. (Basta con Caravaggio: potreste scegliere un altro artista dalla biografia discutibile per i vostri esempi?) Vi è forse sfuggito che Caravaggio è un morto e se io vado a vedere, che so, la chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma non sto dando al pittore soldi e visibilità?

Il problema per me scatta quando tu, artista, usi la tua voce, il tuo spazio, la tua fama e la tua capacità di raggiungere un numero altissimo di persone per spargere odio e disinformazione. La tua opera magari è bellissima, ma io non ti voglio supportare.

Non è incapacità di accettare idee diverse dalle mie. Leggo, ascolto e amo tantissimi artisti con idee ben distanti dalle mie. Inoltre un’uscita infelice, un contenuto discutibile, quelli sono comprensibili, in quanto siamo tutti esseri umani fallibili e (si spera) in via di costante miglioramento.

Ma quando le tue posizioni rischiano di fare male a qualcuno (specie se si tratta di categorie già molto vulnerabili), io i soldi e la visibilità non te li voglio dare.

Ci sono molte cose che possiamo fare. Decidere di tagliare completamente con quella persona e le sue opere. Oppure fruire di quelle opere in altro modo (per esempio, prendendo il libro in biblioteca.) O magari accettare la necessità di rimanere attaccati a opere che rappresentano un pezzo della propria vita, sforzandosi di aprirsi a creatori e opere differenti, magari proprio quellə appartenenti alle categorie che sono state insultate.

Di recente un’amica mi ha raccontato di aver partecipato a un regalo di gruppo che includeva del merchandising di Harry Potter. Dispiaciuta di aver dovuto dare anche una minima quota alla Rowling, ha deciso di “compensare” facendo una donazione a un’associazione per il supporto delle persone trans*.

Insomma, non credo che chi la pensa come me debba “crescere”, e non credo che dovremmo ricevere lezioni al riguardo, soprattutto da parte di persone che, guarda caso, non sono mai particolarmente colpite da ciò di cui si parla. Non è poi difficile superare il fatto che un artista che amavi ha sparato a zero su una categoria a cui non appartieni, a quanto pare.

Ci sono tante strade da prendere ed è difficile capire quale sia la scelta “giusta”. Non sono la prima persona che ne parla, né penso di poter dare lezioni neppure io. Ma vi lascio qualche altro contributo interessante, sperando che possa esservi d’aiuto nella complessa riflessione sull’argomento.

Un ottimo articolo su questi temi, ben argomentato e chiaro: autricә imbarazzanti e cosa farne: parte uno