“Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” – Recensione

Titolo: Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni
Editore: Wild Boar
Pubblicazione: Novembre 2018

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Di antologie del Trofeo RiLL e dintorni ne ho lette molte, e le ho sempre apprezzate molto: i racconti sono selezionati con cura, in modo da presentare al lettore un bell’assaggio misto di fantastico sia nostrano che estero. Quella di quest’anno è sicuramente una delle mie preferite. Anche per questo mi sento particolarmente onorata, e pure un po’ indegna, di esserci dentro, con una storia che ho covato per anni, finché non è arrivato il momento giusto di lasciarla andare.

“Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” ospita i primi cinque racconti classificati al trofeo, i vincitori di quattro concorsi esteri (Irlanda, Spagna, Regno Unito, Sud Africa) e i quattro vincitori di Sfida, il concorso riservato a coloro che in passato sono stati almeno una volta finalisti RiLL.

Si comincia subito alla grande con il primo classificato del Trofeo, che dà il titolo all’antologia. “Ana nel Campo dei Morti”, di Maurizio Ferrero, ha la sua forza in una scrittura ricca, evocativa e profondamente emozionante. Un desolato mondo post-apocalittico, una ragazzina e un cane relegati in un luogo di morte, e infine uno spirito perturbante, la cui presenza è inevitabile, come la crescita. Inevitabile, come la necessità di superare un confine.

Segue “Mil”, di Diego Gnesi Bartolani, un’altra storia dove vince la capacità di narrare. Una vicenda lineare, un ricordo malinconico di qualcuno che si è perduto, con una splendida ambientazione marina. Datemi il mare e le sue creature, e mi farete contenta. E questo racconto ci riesce.

Il piacevolissimo “Fratelli Marziani, dal 1947”, di Nicola Catellani, mette in scena una chiacchierata tra un barista ciarliero e un turista perplesso, e ci regala la divertente cronaca di come un piccolo paese di montagna abbia accolto senza molti problemi persino gli alieni. Forse.

“Uno”, di Riccardo Angelini, è un racconto divertentissimo, con un buon intreccio e un ottimo finale. Credo che chi, come me, è amante del gioco di ruolo, lo apprezzerà particolarmente.

“Madonnina”, di Cristiano Montanari, è uno dei miei racconti preferiti della raccolta: una cruda storia di morte, esposta da un narratore tragico e agghiacciante. Una vicenda macabra e avvincente, ben costruita, supportata da una scrittura coinvolgente.

Entriamo nella sezione dedicata ai concorsi internazionali. Si parte cone “Quando l’ultimo telepate lasciò la città”, di David Cleden, vincitore dell’Aeon Award Contest del 2016 (Irlanda.) È un episodio cupo dove più che il sovrannaturale (presente e terribile), a colpire è l’aspetto più umano del dramma.

“Nota sul suicidio dal Pacifico”, di Marina Teba Sánchez, è il vincitore dello spagnolo Premio Visiones del 2018. È il resoconto straniante di un viaggio verso la morte, in un modo in cui non si muore più. Un altro dei miei preferiti, che affonda come una lama nell’anima del lettore.

“L’albero di famiglia”, di Gary Kuyper, terzo classificato alla Nova Short-Story Competition 2017 (Sud Africa), potrebbe essere una saggia parabola sul lutto, ma l’autore rovescia la situazione e sceglie di incamminarsi nel territorio di un orrore sottile e delicato. Altro gran bel racconto (se non si fosse capito, il mio animo sensibile a ciò che è oscuro e inquietante ha trovato il giusto nutrimento, in questa raccolta.)

“Due mondi molto distanti”, di Dustin Blair Steinacker, vincitore del James White Award 2018 (Regno Unito), l’ho apprezzato per la tematica: mi entusiasma tutto ciò che parla di lingue e traduzione. Affascinante racconto fantascientifico, narra di una missione diplomatica di fondamentale importanza, del rischio di vederla fallire a causa di problemi di traduzione e della scelta della linguista incaricata di condurre il dialogo.

I racconti di Sfida dovevano seguire un tema: Made in Italy / Leonardo da Vinci. Ovvero, ambientazione italiana e presenza significativa di un inventore o di invenzioni. Tema che io ho amato subito (sapete quanto sono fissata con il fantasy di ambientazione nostrana), e che infatti mi ha spinta a dare finalmente vita a un’idea che mi portavo dietro da tempo. Evidentemente ha donato ispirazione in abbondanza anche agli altri tre autori, perché hanno prodotto tre perle.

“Tecnologia inversa”, di Valentino Poppi, è un altro dei più divertenti tra i testi della raccolta. Uno strano tipo millanta di aver dato vita a un’invenzione impossibile. Impossibile? Chissà. Un racconto che diverte dalla prima sillaba fino al colpo di genio finale.

“Homo novus” è il mio racconto, un tentativo di steampunk medievale fiorentino. Un piccolo retroscena: il protagonista si chiama Martino da Castelvecchio di Cascia. Castelvecchio di Cascia è l’antico nome di Reggello (FI), un paese dove passo molto tempo, perché ci sono due luoghi per me fondamentali (uno di fronte all’altro): la mia scuola di musica e il teatro della mia compagnia. Insomma, è un posto di creativi. Mi sembrava una buona origine, per il mio inventore.

“Oltre la valle”, di Laura Silvestri, è un altro di quei testi che ti arrivano dritti al cuore. Siamo in un’Italia post-apocalittica. Chi racconta la storia è un uomo povero con una figlioletta malata, in un villaggio senza mezzi, tenuto in piedi solo dalla fede in un’antica Dea che ha smesso di far sentire la sua voce. Ma il suo viaggio prenderà tutt’altra direzione, e così il racconto, facendoci scoprire un retroscena terribile (e vicino), e regalandoci un finale bellissimo.

“Italexicon”, di Lorenzo Trenti, chiude alla perfezione la raccolta. Non ho aggettivi migliori, per quest’opera, se non geniale. Un glossario degli eventi e dei personaggi più significativi della storia d’Italia. Sì, ma quale storia e quale Italia? Al lettore il piacere di scoprirlo.

Vi consiglio questa raccolta con tutto il cuore, e non perché dentro ci sono anch’io, ma perché è veramente una selezione interessante di storie con stili e atmosfere diverse, ma tutte dotate di un cuore ardente di creatività e passione. E con questa nota poco letteraria e molto sentimentale, chiudo, con un ultimo ringraziamento a tutti coloro che tengono vivo il Trofeo RiLL e tutte le belle cose che ci girano intorno.

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Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni

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Oscure tradizioni, luminosa libertà

Dolcetto o insostenibile lagna sulla “nostra tradizione”?

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Parole spaventose

Ho un rapporto strano con la tradizione. L’ho sempre considerata qualcosa di interessante, importante per capire il mondo, talvolta anche fonte di ricchezza. Ultimamente ne ho paura. È una parola curiosa. Puoi usarla per indicare qualcosa che ti definisce e ti differenzia dagli altri. Puoi sbatterla in faccia a qualcuno per tenerlo fuori dal tuo gruppo. Puoi impiegarla per legittimare azioni dannose ma intoccabili perché “si è sempre fatto così”. Metti l’aggettivo tradizionale accanto a certi termini, e avrai creato un mostro.

La protezione di usi, frasi, musiche, abiti, cibi, testi, fedi, riti che differenziano un gruppo (etnico, linguistico, religioso,…) da un altro è qualcosa che ritengo auspicabile, soprattutto da un punto di vista dello studio. Credo all’importanza delle tradizioni come parte di una memoria storica e culturale rilevante per ciascuno, ma non alla loro caparbia conservazione quando è chiaro che sono morte e stramorte, o alla loro trasformazione in massicci da scagliare contro chi si voglia tenere lontano dal nostro territorio. E credo anche che niente sia mutevole come la tradizione. In un mondo da sempre improntato alla mescolanza e alla ricombinazione di storie e culture, è un’illusione sciocca, arroccarsi sull’idea che le tradizioni vadano salvaguardate da qualsiasi commistione.

Fatta questa premessa, entro nel dettaglio dell’argomento del giorno. Sono da tempo una fiera avversatrice delle crociate anti-Halloween, portate avanti principalmente da due categorie di persone: i religiosi che la definiscono satanica o legata a “cose oscure” opposte alla “luce della fede”, e coloro che la avversano in quanto “commercialata importata dall’estero ed estranea alla cultura italiana”. I primi sono quelli che mi fanno arrabbiare. Dei secondi, accetto il punto di vista, condividendone alcune riflessioni (come quella sulla “commercialità” della festa), ma non sono d’accordo con il far leva sul fatto che Halloween non faccia parte della nostra tradizione.

Cibo e allegria

Il motivo basilare per la mia posizione pro-Halloween è molto semplice, e lo dico senza un briciolo di vergogna: mi piace molto. Mi piace l’antico significato della festa celtica di Samhain, con l’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Trovo interessante l’evoluzione successiva della festa, fino alla sua recente deriva orrorifica (sì, con tutta la paccottiglia annessa.) Inoltre sono sempre pronta ad abbracciare ogni occasione di travestirsi, mangiare e socializzare. Se poi lo si fa all’insegna del misterioso, dell’oscuro e dell’orrorifico, tutte cose che mi risvegliano brividi di piacere fin da quando ero piccolissima, ancora meglio. Halloween per me è sempre stato un altro Carnevale, un po’ più inquietante e forse più gustosamente trasgressivo.

Da quando insegno nella scuola media (e questo è il mio decimo anno di insegnamento) ho sempre assistito all’entusiasmo dei ragazzini per Halloween. Affascinati dall’orrore, geniali nel riuscire a spaventarsi a vicenda (o anche a spaventare se stessi), incuriositi da cose che li proiettano già verso il mondo dei più grandi (o così sembra loro), per la maggior parte dei ragazzi il 31 ottobre è qualcosa di molto atteso. È bello, per me, vederli organizzare, desiderare, attivarsi ed essere creativi. Ciò rende il mio gradimento per Halloween ancora maggiore.

Infine, da nerd appassionatissima del fantastico e dell’horror… Non devo neanche spiegare come mai Halloween per me è sinonimo di cose belle.

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La sottoscritta in cosplay da Dream of the Endless (Sandman), quasi dieci anni fa, a Lucca Comics, luogo dove spesso mi trovo a passare Halloween. La mia passione per il travestimento è ben nota. Anche quella per il nero.

 

Non esistono cose immutabili

Ho sempre trovato ridicolo lo scagliarsi contro Halloween brandendo come arma la frase “Non fa parte della nostra tradizione”. Non ce l’ho assolutamente con chi schifa la festa per i cavoli suoi e lascia vivere in pace chi si diverte a goderne. Mi urta però chi critica e giudica i sostenitori della festa, e mi permetto di spiegare perché secondo me attaccarla con l’argomento della tradizione non funziona.

1. “La nostra tradizione”, come dicevo sopra, è un concetto sempre più ondivago e sfuggente, e non solo in quest’epoca di globalizzazione. L’umanità ha sempre viaggiato, mischiandosi e incrociandosi. L’Italia, poi, è un caos etnico e culturale fin dall’inizio della sua storia. È una nazione giovanissima che ancora si porta dietro una forte divisione, con l’identità regionale (e a volte cittadina/zonale) che è sentita molto di più di quella nazionale. Indagate su una tradizione locale, su un cibo, un toponimo: vi troverete ad andare indietro chissà di quanto, magari incontrando tracce di popoli che non avreste mai immaginato.

2. Ciò che è tradizione cambia costantemente. La mania di Halloween è stata sospinta dal commercio più che dalle credenze? Si esaurirà in pochi anni? Evolverà in qualcos’altro? Anche se la risposta a tutte queste domande fosse sì, per il momento questa festa è condivisa da molte persone, rendendola ormai a tutti gli effetti “una nostra tradizione”.

3. Ci sono sempre state feste, riti e celebrazioni attorno al giorno dei Morti anche in varie zone d’Italia. Situazioni in cui l’aspetto religioso veniva unito a gesti e rituali molto più vicini alla superstizione che alla fede, o addirittura retaggi di un antico paganesimo mai morto. Danze, canti, cibo e gioco mitigavano la severità del culto, dando vita a tradizioni non dissimili da quelle che troviamo nell’Halloween attuale.

4. Scava sotto ogni festa, ogni rito, ogni nome: ci troverai sotto un abisso di feste, riti e nomi precedenti. Niente si ferma o si cristallizza per sempre, tutto muta e si ricompone in qualcos’altro. Ed è una delle cose più interessanti della storia degli uomini.

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Niente horror, siamo cristiani

Piccolo, amorevole bonus polemico: una risposta a chi dice che “tutte queste cose orrorifiche non sono adatte ai bambini”.

Io sono cresciuta con la storia di un tipo eroico e focoso, uno che non si capiva se fosse ingenuo o un genio. Uno che aveva un messaggio da raccontare e lo faceva con passione, fregandosene dell’autorità e sbattendo le sue parole in faccia ai suoi nemici. Un giorno cominciò a far incazzare sul serio quelli che ce l’avevano con lui, che si organizzarono per farlo fuori, coinvolgendo anche uno dei suoi migliori amici. Il nostro protagonista finì malissimo: ucciso in maniera raccapricciante, raccontata con tutti i particolari più crudeli. Va bene, alla fine frega la morte e ritorna, ma rimane comunque il segno di tutto quello che gli è successo.

Insomma, mi fa sorridere, che ci siano persone cristiane che sbandierano il loro “niente horror: siamo seguaci del Dio della luce”, dimenticandosi di quanto la stessa storia alla base del cristianesimo abbia degli elementi profondamente cupi e drammatici.

(Del Vecchio Testamento e del suo lato spiccatamente orrorifico e scabroso parlerò un’altra volta.)

Chiudo con una delle idee in cui credo con più convinzione. Giocare con l’ignoto, sfidare ciò che ci spaventa, riflettere sull’oscurità ed elaborare strategie per farsela amica è una cosa buona per tutti.

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A proposito di fare amicizia con l’oscurità. (Loro sono andate oltre, e attualmente hanno una sana e amorevole relazione nella mia vetrina dei Playmobil.)

 

“L’ingranaggio” – Recensione

Titolo: L’ingranaggio
Autore: Valerio Amadei
Editore: La Signoria Editore
Pubblicazione: Ottobre 2017

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Una delle cose che apprezzo di più in un romanzo fantasy (a qualsiasi ramo del fantasy appartenga) è la consapevolezza dell’autore del mondo che ha creato. Mi spiego meglio. Ci sono autori che dipingono un piccolo quadro con pochi dettagli e altri che imbastiscono un mondo vastissimo nel quale non sai più dove guardare. Vanno bene entrambe le cose, a patto che l’autore conosca benissimo il proprio mondo e sia capace di far trasparire tra le righe questa sua conoscenza. Un autore che sa tutto o quasi della propria ambientazione riuscirà molto probabilmente a fartela percepire come verosimile anche quando sta scavando nell’abisso dell’immaginazione.
Ecco, L’ingranaggio di Valerio Amadei soddisfa in pieno la mia necessità di sentire che il creatore padroneggia benissimo il suo mondo. Direi che in questo romanzo necropunk (è l’autore stesso a definirlo così) l’ambientazione è la vera protagonista. L’aspetto scientifico e tecnologico, insieme all’atmosfera generale che incombe sul mondo e sui personaggi, sono ciò che ho amato più di tutto di questo romanzo.

Siamo a Firenze, in un mondo post-apocalittico, dove la tecnologia è regredita e un terribile crollo demografico ha costretto la popolazione a dover ricorrere a dei cadaveri rianimati come forza lavoro. Un gruppo di scienziati è la guida politica della città, e tra loro ce n’è uno, Apollo Nosi, che nel tentativo di risolvere il problema demografico scatena involontariamente un’epidemia terribile. La città è sull’orlo del caos totale, e Apollo dovrà gettarsi in una lotta contro il tempo, contro i leader della città e contro se stesso per trovare una soluzione. Insieme a lui, a decidere le sorti della città, ci sono l’indomabile Vanessa, i fanti della divisione Tecnopotenziata dell’Esercito, con le loro formidabili armature, i Tecnosofi, ovvero coloro che cercano di recuperare le tecnologie perdute, i Figli del Fiume, un culto religioso che predica un ritorno alla natura, e molti altri.

L’ingranaggio costruisce alla perfezione il suo mondo, pur non raccontando ogni cosa. Per esempio, non sappiamo quale catastrofe abbia portato la regressione e il crollo demografico. Ma non importa: abbiamo quanto basta per capire, e se non conosciamo i dettagli, non possiamo non sentire il peso opprimente degli eventi non detti, oltre che il dubbio su ciò che si profila all’orizzonte. Questa atmosfera oscura nella quale guizzano a tratti lampi di possibilità future è uno degli aspetti che dà personalità all’opera.

L’altro aspetto davvero valido è la capacità di descrivere pseudo-scienze e pseudo-tecnologie in maniera – passatemi il termine – plausibile, rendendo le descrizioni godibili e dettagliate, sebbene mai troppo lunghe. Spesso i dettagli tecnici si infiltrano anche nelle scene d’azione, senza appesantirle, semmai impreziosendole. Queste ultime sono un altro punto di forza: ritmate, sostanziose, chiare e coinvolgenti. Davvero un piacere leggerle.

Il difetto maggiore di quest’opera, secondo me, è la gestione dei tempi narrativi. Può darsi che questo sia un mio gusto personale, ma in più di un’occasione mi sono trovata a desiderare un maggior sviluppo per alcune scene, personaggi o temi. Per esempio: c’è una scena d’azione bellissima, dove uno dei personaggi fa una cosa terribile per salvarne un altro. Noi sappiamo che questi due sono amici, ma abbiamo visto poco il loro legame, in brevi scene che forse non riescono a darci del tutto la misura di ciò che condividono, sia a livello di sentimenti che della causa comune in cui credono. Ecco, se avessimo avuto più occasioni per conoscerli meglio, quella scena avrebbe avuto un impatto ancora maggiore.
Anche la scansione temporale della vicenda non sempre aiuta a immergervisi: per esempio, le prime 60 pagine sono capitoletti che presentano il mondo, i personaggi e la situazione generale, ciascuno ambientato in un anno diverso, fino a giungere al momento in cui scoppia il caos. Per quanto abbia apprezzato la costruzione precisa del mondo, ho trovato l’ingresso nella vicenda un po’ faticoso, proprio per la scelta di spezzare così la narrazione.

Nonostante quanto detto sopra, l’opera è assolutamente piacevole, divertente, interessante e molto originale. I molti personaggi si lasciano apprezzare, la narrazione scorre rapida, senza che ci si annoi un secondo, la tensione non viene mai meno, l’atmosfera cupa di questa Firenze alternativa accoglie il lettore e non lo lascia andare.
Ve la consiglio caldamente. Ci sono anche altri due romanzi più brevi e una raccolta di racconti ambientati in questo mondo: conto di recuperarli al più presto. Datemi l’Italia, e soprattutto Firenze, in tutte le salse fantastiche possibili, e io leggerò con estremo piacere.

L’Ingranaggio su Facebook

We’re all stories, in the end

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Sì, provo davvero a fare un’impresa impossibile: scrivere un post su Doctor Who. Facile, no? Devo solo riuscire a scrivere qualcosa di interessante, utile, possibilmente obiettivo, che non sia già stato scritto un milione di volte e che aggiunga realmente qualcosa alla quantità esorbitante di informazioni in merito.

Nel caso non sappiate cos’è Doctor Who, cerco di spiegarvelo in tre parole. O meglio, cerco di spiegarvi le basi di ciò che è. Il cuore, invece, proverò a raccontarvelo nel resto del post.
Doctor Who è una serie televisiva di fantascienza inglese. Va in onda dal 1963, con una pausa a fine anni ottanta, interrotta da un film negli anni novanta. Nel 2005 è iniziato il nuovo corso della serie, che non è un reboot ma la continuazione della storia. Com’è possibile? Ebbene, la struttura stessa della storia lo permette.
Doctor Who racconta le vicende del Dottore, un Time Lord specie aliena dotata della capacità di rigenerarsi un numero determinato di volte) che va in giro per lo spazio e il tempo sulla sua astronave, chiamata TARDIS, portando con sé compagni di ogni specie (con una predilezione per gli umani.)
Avendo il protagonista la capacità di rigenerarsi, è facile capire come la serie possa essere andata avanti per più di cinquant’anni. Così come le incarnazioni del Dottore sono cambiate, anche gli equipaggi che lo hanno accompagnato sono variati nel tempo. In questo modo la serie ha sempre qualcosa di nuovo da offrire. Ogni incarnazione del protagonista conserva le sue caratteristiche fondamentali (il Dottore è intelligente, spericolato, curioso, nobile d’animo, talvolta arrogante, talvolta terribile) ma ha qualcosa di diverso (movenze, frasi tipiche, atteggiamenti, temi specifici che accompagnano la sua storia,…)

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I Dottori da Uno a Undici. Fonte immagine: http://www.bbcamerica.com

La mia esperienza con Doctor Who comincia nel 2010 in seguito ai consigli appassionati di due amiche. Parto dagli episodi del nuovo corso. Guardo il primo episodio, Rose. Esco dalla visione con un sacco di perplessità. D’accordo, il protagonista (l’incarnazione del Dottore numero Nove, interpretata da Christopher Ecclestone) aveva una certa capacità di farsi amare, e non era male neanche la compagna, Rose (Billie Piper.) Ma… Ma tutto il resto presentava numerosi problemi. Una scrittura spiazzante. Personaggi di supporto che non riuscivo bene a inquadrare (o che odiavo apertamente, come Mickey.) Manichini viventi. Gente mangiata da un cestino per i rifiuti. Il tutto condito da effetti speciali terribili.
Però andai avanti. Gli episodi successivi mi sembrarono migliori, anche se la storia in due parti Aliens of London/World War III rischiarono di farmi abbandonare la serie (sinceramente, ho un’ampia tolleranza per l’umorismo triviale, ma posso sopportare solo un certo numero di battute sulle scorregge. E, in generale, li trovo molto deboli per trama e ritmo.)
Gli episodi che invece accesero in maniera definitiva il mio interesse furono la coppia The empty child/The Doctor dances: una buona storia, inquietantissima e interessante, con l’introduzione di un personaggio (Jack Harkness) che ho sempre apprezzato molto.
Il bel finale di stagione, con la rigenerazione del Dottore, mi convinse a proseguire. Arrivò la stagione 2, e con essa il Decimo Dottore di David Tennant. E lì fu amore. Non che le trame fossero diventate tutte improvvisamente perfette o gli effetti speciali avessero subito un grosso miglioramento. Ma Dieci riuscì a farmi innamorare del personaggio (nonostante avessi apprezzato anche Nove.)
Soprattutto, con la seconda stagione cominciai a notare qualcosa, qualcosa che mi stava pian piano legando alla serie, e che credo sia il motivo per cui è tutt’ora una delle mie preferite in assoluto.

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Marzo 2012: io, in cosplay dal decimo Dottore, in una tipica posa da “in che cavolo di guaio si è infilato stavolta”?

Doctor Who alterna storie interessanti e ben congegnate ad altre caotiche e piene di buchi di trama. Ci sono momenti di emotività profonda, coinvolgenti e poetici, e momenti in cui ti senti un po’ in imbarazzo per gli autori. Ci sono modi originali e sensati di usare i viaggi nel tempo e i paradossi temporali, e scelte di sceneggiatura che incasinano la continuity e ti fanno venire voglia di andare a cercare gli scrittori e spiegargli perché non hanno capito nulla.
Ma, nonostante tutto questo, c’è qualcosa in questa serie che ti arriva dritto da qualche parte molto poco razionale e ti parla. A modo suo, un modo ingenuo, talvolta, ma autentico.
In Doctor Who si ha davvero l’impressione di sentire la voce dell’Universo percorso dai protagonisti. Una voce che contiene tutto il coro di singole voci di ogni specie, ogni mondo, ogni singola creatura. Una voce che vibra di curiosità, interesse, meraviglia e amore per la multiforme capacità della vita di esistere, resistere e sbocciare.
C’è qualcosa di infinitamente commovente in questo protagonista (con i suoi milioni di difetti) che attraversa i mondi e le epoche storiche, portando con sé una carica infinita di amore e stupore per tutto quello che trova. Ed è bellissimo rispecchiarsi negli occhi dei compagni, soprattutto quelli umani, nei quali ci possiamo riconoscere, che scoprono l’immensità dell’Universo, e tutto il male e tutto il bene che esso può contenere.

Una cosa che risponde alle mie esigenze di spettatrice è la quantità di dramma che Doctor Who contiene. Nonostante sia una serie mirata a un pubblico vario, e anche alle famiglie, l’aspetto drammatico non è minimizzato. Le persone muoiono. Anche gli amici del Dottore, anche i personaggi che hai seguito e amato per intere stagioni. Anche il Dottore muore, e non importa se poi rigenera: qualcosa di lui va perduto, anche se qualcosa di nuovo nascerà. Le rigenerazioni non sono mai indolori, né per il Dottore, né per i suoi amici. Meno che mai per gli spettatori. La fine – fine della vita, fine del mondo, fine di qualcosa di bello che non può essere salvato – è uno dei temi onnipresenti nella serie, ed è sempre trattato in una maniera per me molto coinvolgente e delicata.
Al tempo stesso, nonostante il dramma, la morte e il senso di fine imminente, c’è una positività di fondo che pervade tutta la serie. Come per dire che, sì, la fine è il destino di tutte le creature e dell’Universo, ma prima della fine c’è la vita, e questa è sempre incredibile. Qualsiasi vita lo è, dalla più mastodontica (come la splendida creatura di The Beast below) alla più infinitesimale, quella apparentemente “meno importante” (che in realtà non esiste, perché “900 years of time and space and I’ve never met someone who wasn’t important“, come dice Undici nell’episodio A Christmas Carol.)

Altra cosa notevole di questa serie è la sua capacità di mettere in scena scelte difficilissime e considerazioni non banali su temi come il bene e il male, la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni. I personaggi si trovano a dover prendere decisioni a volte terribili, dalle quali può dipendere il futuro di un’intera specie o di tutto l’Universo. Decisioni che sembrano però portare conseguenze negative in ogni caso. Come ci si pone, allora, di fronte a situazioni in cui, per esempio, la salvezza di tutti potrebbe dipendere dalla morte di uno? È da eroi o da codardi, cercare sempre la soluzione alternativa?
Non mancano anche riflessioni sulla storia, sul progresso, sull’attualità (m viene in mente The Zygon Invasion, in cui vediamo la propaganda usata contro una determinata categoria di persone, o uno dei cattivi della decima stagione, che praticamente per imporre il proprio dominio usa le fake news…)

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Io in cosplay da Idris (ma non vi dico chi è, esattamente.) La troverete nell’episodio 4 della VI stagione, “The Doctor’s wife”, scritto da Neil Gaiman. Uno dei più belli e commoventi in assoluto.

A oggi ci sono dieci stagioni del nuovo corso (più gli episodi speciali di Natale e quello per i cinquant’anni, tutti parte della continuity.) Recentemente è uscito il trailer dell’undicesima, dove vedremo Tredici, incarnazione interpretata da una donna (Jodie Whittaker. Io l’ho vista in Broadchurch e l’ho apprezzata moltissimo: mi aspetto grandi cose.)

https://www.bbc.co.uk/programmes/p06f6j8s/player

Io ho visto tutta la nuova serie, più alcuni episodi sparsi della vecchia seria, cercando di conoscere un po’ tutti i Dottori, e non solo i più recenti. I miei preferiti sono Dieci e Dodici (Peter Capaldi.) Dieci è quello che mi ha davvero portata con sé sul TARDIS, e gli sarò per sempre grata, ma Dodici è probabilmente quello che più mi ha entusiasmata per la sua personalità burbera che contrasta con la sua capacità di gettarsi nei guai e sacrificarsi per gli altri, e per i suoi discorsi epici.
Per quanto riguarda coloro che hanno fatto parte degli equipaggi del TARDIS, tra i miei preferiti ci sono Rose, Donna, Jack, Rory, River e Bill. I miei episodi preferiti, invece, in ordine sparso, sono The empty child/The Doctor dances, The impossibile planet/The Satan Pit, Blink, Midnight, Turn left, The waters of Mars, The Beast below, Vincent and the Doctor, The Doctor’s wife, The Rings of Akhaten, Listen, The Zygon invasion/The Zygon inversion, Heaven sent, Thin ice.

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No, non ho ancora finito con i cosplay tratti da questa serie. Questa è River Song. Un personaggio con molti difetti di scrittura, e con una storyline bellissima e delirante al tempo stesso. Ma ha qualcosa che me la rende amabile. E interpretarla è sempre molto soddisfacente.

In definitiva: consiglio Doctor Who? Assolutamente sì. Dovete sapere che andate incontro a un prodotto eccezionalmente fallato e discutibile, con gravi problemi di continuity e un budget molto basso (anche se la cosa è migliorata nelle ultime 4-5 stagioni.) Ma è anche un prodotto che ha per davvero un’anima, e che ha qualcosa di unico da dire.

Io, Luna e il gender

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Quando avevo tre anni mi fu regalato un unicorno bianco, con la criniera e la coda fucsia. Me lo donò un amico di famiglia, quello che mi ha sempre fatto i regali migliori (tipo Lo Hobbit quando ero in terza elementare.) Anche quella volta, con l’unicorno, ci indovinò in pieno: diventò uno dei miei giocattoli preferiti, di quelli che ti porti sempre dietro e che ami con una devozione assoluta.
Chiamai l’unicorno Luna, con la consapevolezza che fosse un maschio. Mi sembrava un nome adatto a lui, e non trovavo strano che un maschio avesse i capelli fucsia. Crescendo, è sempre rimasto maschio, anche quando, all’epoca delle elementari, venni inglobata, come tutti i bambini, nel magico mondo del marketing, che divide i giocattoli per genere e soprattutto per colore: quando in un negozio di giochi cominci a vedere del fucsia, allora sei nel reparto femmine. Luna rimase un maschio per tutto il tempo in cui ci giocai (fino agli 11 anni, credo), poi fu posto con la solita devozione su uno scaffale della mia libreria. Da quando vivo da sola, abita nella mia colorata vetrina piena di Playmobil, action figures e altre cose inutili che ti rendono felice.

Perché parto da Luna? Perché è stato il primo momento della mia vita in cui, senza sapere bene come e perché, ho rifiutato le regole non scritte che costruiscono attorno a noi l’armatura del genere. Luna è stato il primo passo su una strada molto lunga e tortuosa.

Mia mamma sapeva che quell’unicorno si chiamava Luna e aveva tutto il mio amore, ma non so se avesse capito che era un maschio, anche se sospetto di sì. Comunque, non mi disse mai niente del tipo: “Ma no, amore, questo è un nome da femmina!” o “Ma ha i capelli rosa, non può essere un maschio!” Purtroppo conosco genitori che l’avrebbero fatto. A lei non è mai importato niente.
I miei genitori non si sono mai posti contro quell’educazione che divide severamente le “cose da maschio” e le “cose da femmina”. Però erano persone che hanno sempre vissuto in un modo tale che io questa cosa l’ho capita da sola.
Mia madre è una delle persone più attive che conosca. Fa l’insegnante e si dedica al volontariato. Riesce a occuparsi di una quantità incredibile di bisogni e situazioni. Ha molti tratti tipici del leader, un ruolo che la nostra cultura spesso attribuisce agli uomini. Non solo: prima di decidere di fare l’insegnante di religione ha studiato Biologia – e guardate che l’idea che siano gli uomini, quelli portati per le scienze, è dura a morire ancora oggi. Insomma, se ho respirato l’idea che una donna può essere un leader e una persona d’azione, di sicuro è perché ne vedevo una così nella mia quotidianità.
Mio padre, invece, è uno dei motivi per cui sono una nerd: è lui che mi ha iniziato a capolavori come Star Wars, Indiana Jones, I Goonies, i film di fantascienza. Non ha mai fatto una piega quando preferivo mostri e combattimenti alle principesse (anche se amavo pure le principesse), né si è preoccupato quando mi vedeva giocare prevalentemente ai pirati o ai cavalieri. Anzi, ha sempre stimolato la mia fantasia, in qualunque direzione volesse andare. Inoltre non ho mai sentito mezza battuta cretina sulle donne dalla sua bocca, né ha mai ripetuto pregiudizi, frasi antiquate o sciocchezze denigratorie. Soprattutto, non ha mai messo in dubbio il fatto che io potessi fare qualsiasi cosa volessi della mia vita.

La via che parte da Luna e prosegue con i miei genitori passa da tante tappe fondamentali. Una di esse è Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno, il libro che a tredici anni mia ha insegnato il femminismo. È stato pubblicato nel 1973 ma temo che sia ancora molto attuale. La storia è semplice e geniale: la Terra ha un gemellaggio con il pianeta Deneb e i bambini di questo mondo possono partecipare a una sorta di scambio culturale, per cui vivranno dieci anni in una famiglia terrestre. Piccolo problema: i bambini di Deneb sviluppano il sesso in adolescenza, quindi quando Mo, il protagonista, arriva sulla Terra, la famiglia che lo accoglie va nel panico, non sapendo di che sesso sia. Una serie di “indizi” fanno decidere alla famiglia che Mo è maschio, e cominciano a trattarlo di conseguenza. Quando una successiva analisi del sangue più approfondita rivela che in realtà è una femmina, tutto cambia, e Mo comincia a sperimentare quanto sia più repressiva e assurda l’educazione data alle bambine.

Tra le tante cose che mi rimasero impresse di quel libro ce ne fu una: l’idea che una donna che si traveste da uomo (per gioco, per una festa o simili) è tutto sommato accettata, mentre un uomo che si traveste da donna è visto in maniera molto più negativa, come se avesse fatto qualcosa che lo svaluta, che gli toglie dignità.

E qui arriviamo a un altro grande argomento: il travestimento. Il travestimento, in qualunque sua forma, è sempre stato e sarà sempre qualcosa che fa parte di me in maniera molto profonda. È la voglia di giocare con i colori, con le forme, con le mode, con gli stili, con i dettagli, con i personaggi. Con le regole. (Ho scritto post sul Carnevale e sul senso della maschera per me, se volete approfondire e immergervi nel mio amore per il travestimento.)
Mi piacciono i costumi arrangiati per Carnevale e per Halloween, mi piace il cosplay, mi piace il gioco che richiede il travestimento, vado fuori di testa per le costumerie teatrali. E naturalmente, ho sempre amato tutto ciò che porta a giocare anche con le regole del genere. Per esempio, per me cose come il teatro, il gioco di ruolo o il cosplay devono essere le terre della libertà assoluta. Se una persona vuole interpretare un personaggio di sesso opposto al suo, deve poterlo fare. Che sia per ottenere un certo effetto o solo perché ama quel personaggio, che lo faccia per sfida, per divertimento o perché desidera provare a mettersi nei panni di qualcuno radicalmente diverso, non solo non c’è niente di male, nel farlo, ma anzi: è una cosa incredibilmente sana e può insegnare molto.
Eppure, come diceva nel suo libro la Pitzorno, non è così scontato. Per qualcuno è quasi una vergogna. Soprattutto per un maschio travestirsi da femmina o interpretare un personaggio femminile. Perché la nostra cultura occidentale è ancora impregnata di forme di maschilismo, spesso subdole o non subito visibili, ma che ancora permangono e danneggiano tutti, maschi e femmine.

Io non ho amato particolarmente il film Disney Frozen, ma il personaggio di Elsa ha un merito incredibile: è stato apprezzato così tanto sia dai maschi che dalle femmine, tanto da spingere i bambini a voler essere lei, nei loro giochi, o a volersi travestire da lei. Guardate che è una cosa rivoluzionaria, in una cultura in cui ancora tra maschi si usa femminuccia come insulto. È il sapersi mettere nei panni di una donna senza che questo sembri vergognoso. Ho visto con i miei occhi bimbi maschi litigarsi il ruolo di Elsa, e vi giuro che stavo per commuovermi.

Dunque, Luna, i miei genitori, il travestimento. Da qui, vado avanti veloce e cito un po’ di cose. L’androginia di Brian Molko dei Placebo. I capelli prima cortissimi e poi lunghissimi (per me sono stati un modo di sfidare il genere.) La passione per le cravatte. La mia tesi di laurea triennale in Letterature Comparate con approfondimento sui gender studies. Giocare, scrivere e interpretare personaggi maschili, femminili, transessuali, non-binary, gendefluid, genderqueer…

Più importante di tutto però è stato l’incontro con altre persone, l’ascolto delle loro esperienze, il confronto rispettoso, il silenzioso imparare, l’educarmi grazie a loro e insieme a loro a quella realtà che già avevo intuito e che volevo comprendere in pienezza.

E così via, la strada va avanti.

Se la natura scrive su di noi il sesso biologico, la cultura ci veste secondo le regole del genere. E contro quelle possiamo ribellarci, quando diventano prigioni.
Viviamo in una cultura che usa ancora molto di ciò che è considerato femminile come qualcosa da svilire. Una cultura che vede come una cosa negativa che gli uomini siano teneri tra di sé, o siano capaci di esprimere i propri sentimenti. Che ancora categorizza determinate cose come “da maschio” (forza, coraggio, leadership, affidabilità) e “da donna” (bellezza, dolcezza, accoglienza, cura degli altri, cura della famiglia e della casa.) Che stigmatizza le persone che scelgono percorsi diversi dal pensiero comune (uomini che vogliono fare i padri a tempo pieno, donne che scelgono consapevolmente non avere figli, …) Che ride, ride e ride in maniera sempre più becera e crudele di ogni corpo che non si conforma a una norma imposta (il più delle volte dal marketing.) Che scambia tradizioni e usanze assodate per leggi immutabili incise nella pietra o nel DNA.

Ecco, allora giocare con tutto quello che è culturalmente “maschile” e “femminile”, scoprire che tra questi due poli c’è un mare immenso di possibilità, ribaltare i ruoli per liberarsi dalle catene, riappropriarsi del proprio spazio e della propria interiorità, trovare la propria identità senza compromessi con il mondo: tutto questo è una rivoluzione indispensabile per la felicità di ognuno.

La mia è iniziata tanti anni fa, e per fortuna, nonostante abbia avuto il suo bel carico di sofferenza, ha avuto degli alleati importanti: i miei genitori, Bianca Pitzorno, i libri, la musica, il teatro, la creatività in tutte le sue forme.

E Luna, naturalmente.

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I miei Playmobil vi invitano a leggere “Questioni di genere” di Raewyn Connell (Il Mulino), uno dei testi più ampi, chiari ed esaurienti che abbia letto sulla questione complessa e importante dell’identità di genere.

“GG – Life is a videogame 1” – Recensione

Titolo: GG – Life is a videogame – Volume 1
Autori: Ilaria Gelli (disegni) – Giacomo Masi (testi)
Editore: Tatai Lab
Pubblicazione: Febbraio 2018
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Amo i fumetti, anche se riesco a leggerne molti meno di quelli che vorrei. Soprattutto le produzioni italiane: mi riempie di gioia trovare progetti nostrani, sapendo quanto pregiudizio sciocco c’è ancora, in Italia, nei riguardi di questa forma d’arte.
Ogni tanto mi imbatto in opere che reputo davvero meritevoli, per un motivo o l’altro. Ecco, il primo volume di questo progetto lo è sicuramente.

Edito da una piccola realtà fiorentina, Tatai Lab, “GG” è fortemente ispirato dal fumetto nipponico, sia nel disegno che nella narrazione. Ambientato in Italia, “GG” racconta la storia di cinque gamer e del loro party impegnato nel gioco World of Ragnarok. Tutto parte dall’installazione di un DLC per il gioco: lungi dall’essere solo un nuovo contenuto, questo aggiornamento comincia a trasformare la realtà stessa attorno alle ragazze. Pare però che solo loro si accorgano di quello che sta succedendo…

La prima nota positiva su quest’opera, la prima su cui cade l’occhio, è sicuramente il disegno: l’autrice ha un’ottimo stile, le scene sono dinamiche e ben costruite, i personaggi sono tutti caratterizzati in maniera originale e molto espressivi.
Ottima anche la scrittura: i dialoghi funzionano, divertenti ed efficaci, senza voler imitare per forza il modello giapponese ma ben adattati alla realtà italiana che raccontano. Anche la storia, per quanto in questo primo episodio sia stata appena introdotta, riesce a interessare e coinvolgere: attendo gli sviluppi (l’opera dovrebbe concludersi in tre volumi.)
Un’osservazione sulle protagoniste: mi è piaciuto come sono stati tratteggiati gli aspetti di ciascuna delle cinque ragazze. Pur rifacendosi a determinate categorie (sia nel gioco che nella vita reale), non risultano semplici stereotipi ma mostrano una loro personalità peculiare. Anche per quanto riguarda loro, aspetto di vederle maggiormente in azione: il primo assaggio mi ha incuriosita e mi auguro di vederle “risplendere” tutte e cinque, nei prossimi volumi.

“GG” ha incontrato il mio gusto perché è un’opera ben fatta, perché è piena di riferimenti e umorismo al variegato mondo dei nerd, e infine perché inserisce il fantastico nella realtà italiana e lo fa in maniera sensata – ce n’è sempre bisogno, di storie che provano a rendere un po’ più bizzarro e immaginativo il nostro paese.

In definitiva, un’opera divertente e ben disegnata che fa desiderare di entrare più nel vivo della vicenda. Credo che possa essere gradita anche a chi non ha un background da videogiocatore (come me, che ho assorbito qualche conoscenza dai miei amici, ma non ne ho mai fatto esperienza diretta) però naturalmente se si possiedono le conoscenze giuste la si apprezza di più.

GG – Pagina Facebook

GG su Tatai Lab

“Versus” – Recensione

Titolo: Versus

Autore: Lucia Guglielminetti

Editore: Dark Zone

Data di pubblicazione: Dicembre 2017

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Sono un’appassionata di horror e di thriller più o meno dai tempi delle superiori. Preferisco quelli con molti elementi sovrannaturali, profonde riflessioni sull’abisso interiore dell’uomo e personaggi dei quali innamorarsi (e per i quali regolarmente piangere sulla loro tragica fine.) Gli horror alla Stephen King o alla Guillermo Del Toro, per intenderci. Ma ho bisogno anche della mia dose di storie “cattive”, dove personaggi privi di qualsiasi qualità positiva (o quasi) si danno da fare per tirare fuori il peggio di sé. Ecco, “Versus” fa parte di questa categoria, e ne è un buon rappresentante, divertente e ben scritto.

La storia comincia mostrandoci la vita di Beatrice, un’adolescente sola e problematica, con un’unica ragione di vita: il rockettaro Johnny Lee Kerr. Due eventi però cambieranno la vita di Beatrice: l’acquisizione di poteri paranormali e un incontro con il suo idolo. Quando quest’ultimo si rivelerà molto diverso dalle più fervide fantasie della ragazza, i nuovi poteri torneranno molto utili, per precipitare la vita dell’uomo in un incubo infernale.

Un po’ Carrie e un po’ Annie Wilkes di Misery, Beatrice spiazza (e diverte) il lettore con la sua crudeltà sempre più tagliente e il delirio progressivo nel quale cade. L’iniziale empatia che si poteva provare per lei svanisce, lasciando spazio alla domanda, ben nota agli amanti dell’horror: quanto ancora oltre può spingersi? Che altro riuscirà a fare? E mentre ci auguriamo che qualcuno la fermi, al tempo stesso vogliamo proprio vedere che altro potrà mai combinare.

Johnny Lee Kerr incarna bene lo stereotipo della rockstar amatissima dalle folle, che dietro alla sua persona pubblica nasconde un uomo fragile, capriccioso e ingiustificatamente violento con chiunque, anche con le persone che dimostrano di tenere a lui. È un personaggio ben costruito: di lui veniamo a sapere la tormentata storia, che spiega il suo carattere e i suoi eccessi. Non si può non provare simpatia per lui, nonostante sia un personaggio con molte qualità negative, e sia artefice di una serie di atti deprecabili. Rispetto alla sua controparte, ha di sicuro delle redeeming qualities: una su tutte, l’amore genuino per Kim. Ma la sua discesa agli inferi eroderà pian piano la sua umanità, oltre che la sua sanità mentale.

Il buon ritmo che caratterizza tutta la storia si fa sempre più incalzante e ci conduce a un’escalation di tensione e brutalità, sulla quale non dico altro per evitare spoiler. Ma se siete appassionati di thriller e horror, se vi divertite a seguire i personaggi dentro spirali di terrore e delirio, sono sicura che apprezzerete questa storia, che scorre via bene e intrattiene fino alla fine.