Fumetti belli 2018-2019

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo erano i primi giorni di gennaio 2019 e avevo i capelli fucsia. Un mese dopo riesco a finirlo, e i miei capelli… Beh, arrivate in fondo, e lo scoprirete.

Vi regalo una carrellata di impressioni sui fumetti che ho amato di più nel 2018, su quello che mi ha fatto cominciare bene il 2019 e sui titoli che mi appresto a scoprire nei prossimi mesi.

Nel 2018 ho trovato storie a fumetti che mi hanno conquistata, ho finalmente affrontato autori che volevo leggere da tempo e ho ricevuto un sacco di regali meravigliosi.

Cominciamo proprio con uno di questi, che è anche la mia opera a fumetti preferita del 2018: Saga.

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Saga, scritto da Brian K. Vaughan e disegnato da Fiona Staples, è una meraviglia che vi consiglio assolutamente.
È la storia di una guerra tra due pianeti, che pian piano si allarga e arriva a coinvolgere un intero universo. Una guerra tra due schieramenti che si trascina avanti per così tanto tempo che in molti non ricordano neanche come sia iniziata. Una guerra piena di atrocità, come lo sono tutte le guerre. E nel bel mezzo di questa guerra, Alana e Marko, soldati appartenenti a eserciti e razze contrapposti, hanno la bella idea di innamorarsi, sposarsi e mettere al mondo una bambina, Hazel, che è la commoventissima voce narrante della storia.
Naturalmente l’anomalia di questa famiglia, e dell’esistenza stessa di Hazel, è qualcosa che non può essere tollerata. Che messaggio arriverebbe alla gente che deve odiarsi, se si scoprisse cos’hanno fatto questi due? Comincia così il viaggio della famiglia di Hazel, denso di difficoltà e tragedie, ma anche di incontri indimenticabili e momenti di felicità in mezzo al caos.

Con un cast di personaggi straordinari, una storia coinvolgente e ritmata, una scrittura che sa essere divertente, impietosa e poetica, e dei disegni che sono una costante gioia per gli occhi, Saga è proprio una perla del fumetto. Per il momento sono usciti 9 volumi, editi in Italia da BAO Publishing.

 

Andiamo avanti. Quest’anno ho finalmente letto due opere di Zerocalcare. Lo so, ci sono arrivata tardi. Avevo letto alcune delle strisce pubblicate online e le avevo apprezzate molto, ripromettendomi di approfondire. Ecco, alla fine ce l’ho fatta e non me ne sono pentita.

Ho iniziato con La profezia dell’armadillo e ho proseguito con Kobane calling. Splendidi entrambi, anche se il secondo è un capolavoro assoluto. Insieme a Saga, è stata l’esperienza fumettistica più intensa del 2018, per me. Penso di aver pianto una quantità abnorme di lacrime, molte delle quali mentre ridevo. Ci sono una sensibilità e un’intelligenza in queste opere che mi hanno conquistata. (Ora voglio spararmi tutto il resto della produzione di Zerocalcare. Accetto consigli sui vostri preferiti.)

 

Un’altra bella scoperta fumettistica dello scorso anno è GG – Life is a videogame. Non mi soffermo, perché avevo già recensito qui questo bel fumetto italiano, scritto da Giacomo Masi, disegnato da Ilaria Gelli ed edito da Tatai Lab.

 

Rimanendo in Italia, vi consiglio di cuore il fumetto autoprodotto Storie di druidi, maghi e non morti. L’autrice, Eleonora Musso, pubblica la storia sulla sua pagina Facebook, insieme a delle meravigliose (e verissime!) vignette sul gioco di ruolo e sul mondo dei nerd in generale. Il fumetto è la rielaborazione di una campagna di Dungeons&Dragons, quindi siamo nell’ambito del fantasy più classico, ed è sicuramente più divertente per chi riesca a cogliere tutte le citazioni legate al gioco, ma è comunque una storia godibile per tutti, con dei personaggi a cui ci si affeziona subito.

 

Un’altra opera che mi sento di consigliare, tra quelle che ho scoperto nel 2018 (anche questa grazie a un regalo), è Bellezza, fumetto francese disegnato dal duo Kerascoët e scritta da Hubert.
Un tratto particolarissimo accompagna questa fiaba intensa, dolce e crudele, che segue le avventure di una giovane donna non molto attraente. Un patto con una fata la rende improvvisamente irresistibile agli occhi di chiunque la guardi. Cosa si può fare per la bellezza di una donna? E cos’è davvero la bellezza?

L’edizione italiana di BAO Publishing è splendida.

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Questi sono i miei fumetti preferiti del 2018. E il 2019 com’è iniziato?

Così:

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Sì, con i capelli viola, ma soprattutto con My Hero Academia, manga di Kohei Horikoshi. In realtà la serie animata tratta da questo manga l’avevo vista l’anno scorso, e mi aveva conquistata. Il manga mi è giunto come un regalo natalizio, e l’ho letto immediatamente, adorandolo. Non ci sono elementi di particolare originalità, forse, ma la storia è raccontata bene, con freschezza ed entusiasmo, e i personaggi acchiappano subito il lettore.

In questa serie ci sono un sacco di cose che mi rendono felice: supereroi (non me ne stancherò mai), combattimenti interessanti, personaggi ben delineati (e un protagonista scritto apposta per me), l’ambiente scolastico e il rapporto tra insegnanti e ragazzi (mentre lo leggo, ogni tanto mi trovo a commentare eventi e scelte dei personaggi con l’occhio da prof…)

Per il momento ho letto 15 volumi sui 17 usciti in Italia. Se siete alla ricerca di un bel manga shounen, se avete voglia di un punto di vista diverso sui supereroi, se avete bisogno di personaggi adorabili per cui fare il tifo, io ve lo consiglio.

Per finire, un rapido sguardo alle prossime opere a fumetti che mi attendono:

2019

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“Oracoli” – Recensione

Titolo: Oracoli

Autore: Alessandra Leonardi

Editore: NPS

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Un esperimento interessante, quello di “Oracoli”. Una piccola raccolta di quattro racconti storici con un tocco di sovrannaturale, incentrati sul tema della divinazione. L’autrice ci porta indietro nel tempo di molti secoli, facendoci incontrare quattro popoli antichi e quattro terre.
“Porpora” ci porta con i Fenici verso la Sardegna, “Il dono dell’aruspice” ci conduce in Toscana, con gli Etruschi; seguiamo poi gli Ellenici nel sud Italia con “Sibilla” e infine ci fermiamo a Roma grazie a “I libri fatali”.

I racconti girano attorno a una domanda che la letteratura ci ha posto molte volte: conoscere il futuro serve davvero a impedire che questo avvenga? O forse lo facciamo avverare più rapidamente, quando cerchiamo con tutte le nostre forze di impedirlo? Cambierebbero davvero, le nostre azioni, se sapessimo a cosa condurrebbero?
In “Oracoli” non si arriva a una risposta definitiva – com’è giusto che sia, ma si avverte forte il peso del destino sulle spalle degli uomini, e il cammino della predestinazione dal quale non è possibile sfuggire. In questo, i racconti sono spiritualmente vicini al mondo classico a cui si ispirano. Credo sia questo, l’aspetto migliore della raccolta: per quanto l’elemento immaginario sia centrale, questi sono davvero racconti “storici”, che mirano a ricreare atmosfere antiche e scorci del mondo classico, a livello di ambientazione e di tematiche. Forse sarà il mio passato di studente del classico e di Lettere, e l’amore per la letteratura antica che difficilmente si spegne, ma credo che l’autrice sia riuscita nel suo intento di regalarci un pezzettino di quel mondo.

“Oracoli” è una lettura piacevole e curatissima, supportata da una scrittura limpida e scorrevole, e da una preparazione ottima sugli aspetti storici trattati (il libro offre anche una nutrita bibliografia al riguardo.) Tra i racconti, sono “Sibilla” e “I libri fatali”, secondo me, a colpire maggiormente. Il primo per la capacità evocativa, il secondo perché sa catturare il lettore con una vicenda che vibra di urgenza e dramma.

Conoscevo i racconti urban fantasy romani di Alessandra Leonardi, letti in varie raccolte: li avevo apprezzati moltissimo. Mi ha fatto piacere scoprire un altro volto di questa narratrice.

Oracoli – NPS

Infiniti Universi Fantastici – Il blog dell’autrice

“Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” – Recensione

Titolo: Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni
Editore: Wild Boar
Pubblicazione: Novembre 2018

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Di antologie del Trofeo RiLL e dintorni ne ho lette molte, e le ho sempre apprezzate molto: i racconti sono selezionati con cura, in modo da presentare al lettore un bell’assaggio misto di fantastico sia nostrano che estero. Quella di quest’anno è sicuramente una delle mie preferite. Anche per questo mi sento particolarmente onorata, e pure un po’ indegna, di esserci dentro, con una storia che ho covato per anni, finché non è arrivato il momento giusto di lasciarla andare.

“Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” ospita i primi cinque racconti classificati al trofeo, i vincitori di quattro concorsi esteri (Irlanda, Spagna, Regno Unito, Sud Africa) e i quattro vincitori di Sfida, il concorso riservato a coloro che in passato sono stati almeno una volta finalisti RiLL.

Si comincia subito alla grande con il primo classificato del Trofeo, che dà il titolo all’antologia. “Ana nel Campo dei Morti”, di Maurizio Ferrero, ha la sua forza in una scrittura ricca, evocativa e profondamente emozionante. Un desolato mondo post-apocalittico, una ragazzina e un cane relegati in un luogo di morte, e infine uno spirito perturbante, la cui presenza è inevitabile, come la crescita. Inevitabile, come la necessità di superare un confine.

Segue “Mil”, di Diego Gnesi Bartolani, un’altra storia dove vince la capacità di narrare. Una vicenda lineare, un ricordo malinconico di qualcuno che si è perduto, con una splendida ambientazione marina. Datemi il mare e le sue creature, e mi farete contenta. E questo racconto ci riesce.

Il piacevolissimo “Fratelli Marziani, dal 1947”, di Nicola Catellani, mette in scena una chiacchierata tra un barista ciarliero e un turista perplesso, e ci regala la divertente cronaca di come un piccolo paese di montagna abbia accolto senza molti problemi persino gli alieni. Forse.

“Uno”, di Riccardo Angelini, è un racconto divertentissimo, con un buon intreccio e un ottimo finale. Credo che chi, come me, è amante del gioco di ruolo, lo apprezzerà particolarmente.

“Madonnina”, di Cristiano Montanari, è uno dei miei racconti preferiti della raccolta: una cruda storia di morte, esposta da un narratore tragico e agghiacciante. Una vicenda macabra e avvincente, ben costruita, supportata da una scrittura coinvolgente.

Entriamo nella sezione dedicata ai concorsi internazionali. Si parte cone “Quando l’ultimo telepate lasciò la città”, di David Cleden, vincitore dell’Aeon Award Contest del 2016 (Irlanda.) È un episodio cupo dove più che il sovrannaturale (presente e terribile), a colpire è l’aspetto più umano del dramma.

“Nota sul suicidio dal Pacifico”, di Marina Teba Sánchez, è il vincitore dello spagnolo Premio Visiones del 2018. È il resoconto straniante di un viaggio verso la morte, in un modo in cui non si muore più. Un altro dei miei preferiti, che affonda come una lama nell’anima del lettore.

“L’albero di famiglia”, di Gary Kuyper, terzo classificato alla Nova Short-Story Competition 2017 (Sud Africa), potrebbe essere una saggia parabola sul lutto, ma l’autore rovescia la situazione e sceglie di incamminarsi nel territorio di un orrore sottile e delicato. Altro gran bel racconto (se non si fosse capito, il mio animo sensibile a ciò che è oscuro e inquietante ha trovato il giusto nutrimento, in questa raccolta.)

“Due mondi molto distanti”, di Dustin Blair Steinacker, vincitore del James White Award 2018 (Regno Unito), l’ho apprezzato per la tematica: mi entusiasma tutto ciò che parla di lingue e traduzione. Affascinante racconto fantascientifico, narra di una missione diplomatica di fondamentale importanza, del rischio di vederla fallire a causa di problemi di traduzione e della scelta della linguista incaricata di condurre il dialogo.

I racconti di Sfida dovevano seguire un tema: Made in Italy / Leonardo da Vinci. Ovvero, ambientazione italiana e presenza significativa di un inventore o di invenzioni. Tema che io ho amato subito (sapete quanto sono fissata con il fantasy di ambientazione nostrana), e che infatti mi ha spinta a dare finalmente vita a un’idea che mi portavo dietro da tempo. Evidentemente ha donato ispirazione in abbondanza anche agli altri tre autori, perché hanno prodotto tre perle.

“Tecnologia inversa”, di Valentino Poppi, è un altro dei più divertenti tra i testi della raccolta. Uno strano tipo millanta di aver dato vita a un’invenzione impossibile. Impossibile? Chissà. Un racconto che diverte dalla prima sillaba fino al colpo di genio finale.

“Homo novus” è il mio racconto, un tentativo di steampunk medievale fiorentino. Un piccolo retroscena: il protagonista si chiama Martino da Castelvecchio di Cascia. Castelvecchio di Cascia è l’antico nome di Reggello (FI), un paese dove passo molto tempo, perché ci sono due luoghi per me fondamentali (uno di fronte all’altro): la mia scuola di musica e il teatro della mia compagnia. Insomma, è un posto di creativi. Mi sembrava una buona origine, per il mio inventore.

“Oltre la valle”, di Laura Silvestri, è un altro di quei testi che ti arrivano dritti al cuore. Siamo in un’Italia post-apocalittica. Chi racconta la storia è un uomo povero con una figlioletta malata, in un villaggio senza mezzi, tenuto in piedi solo dalla fede in un’antica Dea che ha smesso di far sentire la sua voce. Ma il suo viaggio prenderà tutt’altra direzione, e così il racconto, facendoci scoprire un retroscena terribile (e vicino), e regalandoci un finale bellissimo.

“Italexicon”, di Lorenzo Trenti, chiude alla perfezione la raccolta. Non ho aggettivi migliori, per quest’opera, se non geniale. Un glossario degli eventi e dei personaggi più significativi della storia d’Italia. Sì, ma quale storia e quale Italia? Al lettore il piacere di scoprirlo.

Vi consiglio questa raccolta con tutto il cuore, e non perché dentro ci sono anch’io, ma perché è veramente una selezione interessante di storie con stili e atmosfere diverse, ma tutte dotate di un cuore ardente di creatività e passione. E con questa nota poco letteraria e molto sentimentale, chiudo, con un ultimo ringraziamento a tutti coloro che tengono vivo il Trofeo RiLL e tutte le belle cose che ci girano intorno.

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Ana nel Campo dei Morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni

Oscure tradizioni, luminosa libertà

Dolcetto o insostenibile lagna sulla “nostra tradizione”?

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Parole spaventose

Ho un rapporto strano con la tradizione. L’ho sempre considerata qualcosa di interessante, importante per capire il mondo, talvolta anche fonte di ricchezza. Ultimamente ne ho paura. È una parola curiosa. Puoi usarla per indicare qualcosa che ti definisce e ti differenzia dagli altri. Puoi sbatterla in faccia a qualcuno per tenerlo fuori dal tuo gruppo. Puoi impiegarla per legittimare azioni dannose ma intoccabili perché “si è sempre fatto così”. Metti l’aggettivo tradizionale accanto a certi termini, e avrai creato un mostro.

La protezione di usi, frasi, musiche, abiti, cibi, testi, fedi, riti che differenziano un gruppo (etnico, linguistico, religioso,…) da un altro è qualcosa che ritengo auspicabile, soprattutto da un punto di vista dello studio. Credo all’importanza delle tradizioni come parte di una memoria storica e culturale rilevante per ciascuno, ma non alla loro caparbia conservazione quando è chiaro che sono morte e stramorte, o alla loro trasformazione in massicci da scagliare contro chi si voglia tenere lontano dal nostro territorio. E credo anche che niente sia mutevole come la tradizione. In un mondo da sempre improntato alla mescolanza e alla ricombinazione di storie e culture, è un’illusione sciocca, arroccarsi sull’idea che le tradizioni vadano salvaguardate da qualsiasi commistione.

Fatta questa premessa, entro nel dettaglio dell’argomento del giorno. Sono da tempo una fiera avversatrice delle crociate anti-Halloween, portate avanti principalmente da due categorie di persone: i religiosi che la definiscono satanica o legata a “cose oscure” opposte alla “luce della fede”, e coloro che la avversano in quanto “commercialata importata dall’estero ed estranea alla cultura italiana”. I primi sono quelli che mi fanno arrabbiare. Dei secondi, accetto il punto di vista, condividendone alcune riflessioni (come quella sulla “commercialità” della festa), ma non sono d’accordo con il far leva sul fatto che Halloween non faccia parte della nostra tradizione.

Cibo e allegria

Il motivo basilare per la mia posizione pro-Halloween è molto semplice, e lo dico senza un briciolo di vergogna: mi piace molto. Mi piace l’antico significato della festa celtica di Samhain, con l’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Trovo interessante l’evoluzione successiva della festa, fino alla sua recente deriva orrorifica (sì, con tutta la paccottiglia annessa.) Inoltre sono sempre pronta ad abbracciare ogni occasione di travestirsi, mangiare e socializzare. Se poi lo si fa all’insegna del misterioso, dell’oscuro e dell’orrorifico, tutte cose che mi risvegliano brividi di piacere fin da quando ero piccolissima, ancora meglio. Halloween per me è sempre stato un altro Carnevale, un po’ più inquietante e forse più gustosamente trasgressivo.

Da quando insegno nella scuola media (e questo è il mio decimo anno di insegnamento) ho sempre assistito all’entusiasmo dei ragazzini per Halloween. Affascinati dall’orrore, geniali nel riuscire a spaventarsi a vicenda (o anche a spaventare se stessi), incuriositi da cose che li proiettano già verso il mondo dei più grandi (o così sembra loro), per la maggior parte dei ragazzi il 31 ottobre è qualcosa di molto atteso. È bello, per me, vederli organizzare, desiderare, attivarsi ed essere creativi. Ciò rende il mio gradimento per Halloween ancora maggiore.

Infine, da nerd appassionatissima del fantastico e dell’horror… Non devo neanche spiegare come mai Halloween per me è sinonimo di cose belle.

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La sottoscritta in cosplay da Dream of the Endless (Sandman), quasi dieci anni fa, a Lucca Comics, luogo dove spesso mi trovo a passare Halloween. La mia passione per il travestimento è ben nota. Anche quella per il nero.

 

Non esistono cose immutabili

Ho sempre trovato ridicolo lo scagliarsi contro Halloween brandendo come arma la frase “Non fa parte della nostra tradizione”. Non ce l’ho assolutamente con chi schifa la festa per i cavoli suoi e lascia vivere in pace chi si diverte a goderne. Mi urta però chi critica e giudica i sostenitori della festa, e mi permetto di spiegare perché secondo me attaccarla con l’argomento della tradizione non funziona.

1. “La nostra tradizione”, come dicevo sopra, è un concetto sempre più ondivago e sfuggente, e non solo in quest’epoca di globalizzazione. L’umanità ha sempre viaggiato, mischiandosi e incrociandosi. L’Italia, poi, è un caos etnico e culturale fin dall’inizio della sua storia. È una nazione giovanissima che ancora si porta dietro una forte divisione, con l’identità regionale (e a volte cittadina/zonale) che è sentita molto di più di quella nazionale. Indagate su una tradizione locale, su un cibo, un toponimo: vi troverete ad andare indietro chissà di quanto, magari incontrando tracce di popoli che non avreste mai immaginato.

2. Ciò che è tradizione cambia costantemente. La mania di Halloween è stata sospinta dal commercio più che dalle credenze? Si esaurirà in pochi anni? Evolverà in qualcos’altro? Anche se la risposta a tutte queste domande fosse sì, per il momento questa festa è condivisa da molte persone, rendendola ormai a tutti gli effetti “una nostra tradizione”.

3. Ci sono sempre state feste, riti e celebrazioni attorno al giorno dei Morti anche in varie zone d’Italia. Situazioni in cui l’aspetto religioso veniva unito a gesti e rituali molto più vicini alla superstizione che alla fede, o addirittura retaggi di un antico paganesimo mai morto. Danze, canti, cibo e gioco mitigavano la severità del culto, dando vita a tradizioni non dissimili da quelle che troviamo nell’Halloween attuale.

4. Scava sotto ogni festa, ogni rito, ogni nome: ci troverai sotto un abisso di feste, riti e nomi precedenti. Niente si ferma o si cristallizza per sempre, tutto muta e si ricompone in qualcos’altro. Ed è una delle cose più interessanti della storia degli uomini.

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Niente horror, siamo cristiani

Piccolo, amorevole bonus polemico: una risposta a chi dice che “tutte queste cose orrorifiche non sono adatte ai bambini”.

Io sono cresciuta con la storia di un tipo eroico e focoso, uno che non si capiva se fosse ingenuo o un genio. Uno che aveva un messaggio da raccontare e lo faceva con passione, fregandosene dell’autorità e sbattendo le sue parole in faccia ai suoi nemici. Un giorno cominciò a far incazzare sul serio quelli che ce l’avevano con lui, che si organizzarono per farlo fuori, coinvolgendo anche uno dei suoi migliori amici. Il nostro protagonista finì malissimo: ucciso in maniera raccapricciante, raccontata con tutti i particolari più crudeli. Va bene, alla fine frega la morte e ritorna, ma rimane comunque il segno di tutto quello che gli è successo.

Insomma, mi fa sorridere, che ci siano persone cristiane che sbandierano il loro “niente horror: siamo seguaci del Dio della luce”, dimenticandosi di quanto la stessa storia alla base del cristianesimo abbia degli elementi profondamente cupi e drammatici.

(Del Vecchio Testamento e del suo lato spiccatamente orrorifico e scabroso parlerò un’altra volta.)

Chiudo con una delle idee in cui credo con più convinzione. Giocare con l’ignoto, sfidare ciò che ci spaventa, riflettere sull’oscurità ed elaborare strategie per farsela amica è una cosa buona per tutti.

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A proposito di fare amicizia con l’oscurità. (Loro sono andate oltre, e attualmente hanno una sana e amorevole relazione nella mia vetrina dei Playmobil.)

 

“L’ingranaggio” – Recensione

Titolo: L’ingranaggio
Autore: Valerio Amadei
Editore: La Signoria Editore
Pubblicazione: Ottobre 2017

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Una delle cose che apprezzo di più in un romanzo fantasy (a qualsiasi ramo del fantasy appartenga) è la consapevolezza dell’autore del mondo che ha creato. Mi spiego meglio. Ci sono autori che dipingono un piccolo quadro con pochi dettagli e altri che imbastiscono un mondo vastissimo nel quale non sai più dove guardare. Vanno bene entrambe le cose, a patto che l’autore conosca benissimo il proprio mondo e sia capace di far trasparire tra le righe questa sua conoscenza. Un autore che sa tutto o quasi della propria ambientazione riuscirà molto probabilmente a fartela percepire come verosimile anche quando sta scavando nell’abisso dell’immaginazione.
Ecco, L’ingranaggio di Valerio Amadei soddisfa in pieno la mia necessità di sentire che il creatore padroneggia benissimo il suo mondo. Direi che in questo romanzo necropunk (è l’autore stesso a definirlo così) l’ambientazione è la vera protagonista. L’aspetto scientifico e tecnologico, insieme all’atmosfera generale che incombe sul mondo e sui personaggi, sono ciò che ho amato più di tutto di questo romanzo.

Siamo a Firenze, in un mondo post-apocalittico, dove la tecnologia è regredita e un terribile crollo demografico ha costretto la popolazione a dover ricorrere a dei cadaveri rianimati come forza lavoro. Un gruppo di scienziati è la guida politica della città, e tra loro ce n’è uno, Apollo Nosi, che nel tentativo di risolvere il problema demografico scatena involontariamente un’epidemia terribile. La città è sull’orlo del caos totale, e Apollo dovrà gettarsi in una lotta contro il tempo, contro i leader della città e contro se stesso per trovare una soluzione. Insieme a lui, a decidere le sorti della città, ci sono l’indomabile Vanessa, i fanti della divisione Tecnopotenziata dell’Esercito, con le loro formidabili armature, i Tecnosofi, ovvero coloro che cercano di recuperare le tecnologie perdute, i Figli del Fiume, un culto religioso che predica un ritorno alla natura, e molti altri.

L’ingranaggio costruisce alla perfezione il suo mondo, pur non raccontando ogni cosa. Per esempio, non sappiamo quale catastrofe abbia portato la regressione e il crollo demografico. Ma non importa: abbiamo quanto basta per capire, e se non conosciamo i dettagli, non possiamo non sentire il peso opprimente degli eventi non detti, oltre che il dubbio su ciò che si profila all’orizzonte. Questa atmosfera oscura nella quale guizzano a tratti lampi di possibilità future è uno degli aspetti che dà personalità all’opera.

L’altro aspetto davvero valido è la capacità di descrivere pseudo-scienze e pseudo-tecnologie in maniera – passatemi il termine – plausibile, rendendo le descrizioni godibili e dettagliate, sebbene mai troppo lunghe. Spesso i dettagli tecnici si infiltrano anche nelle scene d’azione, senza appesantirle, semmai impreziosendole. Queste ultime sono un altro punto di forza: ritmate, sostanziose, chiare e coinvolgenti. Davvero un piacere leggerle.

Il difetto maggiore di quest’opera, secondo me, è la gestione dei tempi narrativi. Può darsi che questo sia un mio gusto personale, ma in più di un’occasione mi sono trovata a desiderare un maggior sviluppo per alcune scene, personaggi o temi. Per esempio: c’è una scena d’azione bellissima, dove uno dei personaggi fa una cosa terribile per salvarne un altro. Noi sappiamo che questi due sono amici, ma abbiamo visto poco il loro legame, in brevi scene che forse non riescono a darci del tutto la misura di ciò che condividono, sia a livello di sentimenti che della causa comune in cui credono. Ecco, se avessimo avuto più occasioni per conoscerli meglio, quella scena avrebbe avuto un impatto ancora maggiore.
Anche la scansione temporale della vicenda non sempre aiuta a immergervisi: per esempio, le prime 60 pagine sono capitoletti che presentano il mondo, i personaggi e la situazione generale, ciascuno ambientato in un anno diverso, fino a giungere al momento in cui scoppia il caos. Per quanto abbia apprezzato la costruzione precisa del mondo, ho trovato l’ingresso nella vicenda un po’ faticoso, proprio per la scelta di spezzare così la narrazione.

Nonostante quanto detto sopra, l’opera è assolutamente piacevole, divertente, interessante e molto originale. I molti personaggi si lasciano apprezzare, la narrazione scorre rapida, senza che ci si annoi un secondo, la tensione non viene mai meno, l’atmosfera cupa di questa Firenze alternativa accoglie il lettore e non lo lascia andare.
Ve la consiglio caldamente. Ci sono anche altri due romanzi più brevi e una raccolta di racconti ambientati in questo mondo: conto di recuperarli al più presto. Datemi l’Italia, e soprattutto Firenze, in tutte le salse fantastiche possibili, e io leggerò con estremo piacere.

L’Ingranaggio su Facebook

We’re all stories, in the end

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Sì, provo davvero a fare un’impresa impossibile: scrivere un post su Doctor Who. Facile, no? Devo solo riuscire a scrivere qualcosa di interessante, utile, possibilmente obiettivo, che non sia già stato scritto un milione di volte e che aggiunga realmente qualcosa alla quantità esorbitante di informazioni in merito.

Nel caso non sappiate cos’è Doctor Who, cerco di spiegarvelo in tre parole. O meglio, cerco di spiegarvi le basi di ciò che è. Il cuore, invece, proverò a raccontarvelo nel resto del post.
Doctor Who è una serie televisiva di fantascienza inglese. Va in onda dal 1963, con una pausa a fine anni ottanta, interrotta da un film negli anni novanta. Nel 2005 è iniziato il nuovo corso della serie, che non è un reboot ma la continuazione della storia. Com’è possibile? Ebbene, la struttura stessa della storia lo permette.
Doctor Who racconta le vicende del Dottore, un Time Lord specie aliena dotata della capacità di rigenerarsi un numero determinato di volte) che va in giro per lo spazio e il tempo sulla sua astronave, chiamata TARDIS, portando con sé compagni di ogni specie (con una predilezione per gli umani.)
Avendo il protagonista la capacità di rigenerarsi, è facile capire come la serie possa essere andata avanti per più di cinquant’anni. Così come le incarnazioni del Dottore sono cambiate, anche gli equipaggi che lo hanno accompagnato sono variati nel tempo. In questo modo la serie ha sempre qualcosa di nuovo da offrire. Ogni incarnazione del protagonista conserva le sue caratteristiche fondamentali (il Dottore è intelligente, spericolato, curioso, nobile d’animo, talvolta arrogante, talvolta terribile) ma ha qualcosa di diverso (movenze, frasi tipiche, atteggiamenti, temi specifici che accompagnano la sua storia,…)

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I Dottori da Uno a Undici. Fonte immagine: http://www.bbcamerica.com

La mia esperienza con Doctor Who comincia nel 2010 in seguito ai consigli appassionati di due amiche. Parto dagli episodi del nuovo corso. Guardo il primo episodio, Rose. Esco dalla visione con un sacco di perplessità. D’accordo, il protagonista (l’incarnazione del Dottore numero Nove, interpretata da Christopher Ecclestone) aveva una certa capacità di farsi amare, e non era male neanche la compagna, Rose (Billie Piper.) Ma… Ma tutto il resto presentava numerosi problemi. Una scrittura spiazzante. Personaggi di supporto che non riuscivo bene a inquadrare (o che odiavo apertamente, come Mickey.) Manichini viventi. Gente mangiata da un cestino per i rifiuti. Il tutto condito da effetti speciali terribili.
Però andai avanti. Gli episodi successivi mi sembrarono migliori, anche se la storia in due parti Aliens of London/World War III rischiarono di farmi abbandonare la serie (sinceramente, ho un’ampia tolleranza per l’umorismo triviale, ma posso sopportare solo un certo numero di battute sulle scorregge. E, in generale, li trovo molto deboli per trama e ritmo.)
Gli episodi che invece accesero in maniera definitiva il mio interesse furono la coppia The empty child/The Doctor dances: una buona storia, inquietantissima e interessante, con l’introduzione di un personaggio (Jack Harkness) che ho sempre apprezzato molto.
Il bel finale di stagione, con la rigenerazione del Dottore, mi convinse a proseguire. Arrivò la stagione 2, e con essa il Decimo Dottore di David Tennant. E lì fu amore. Non che le trame fossero diventate tutte improvvisamente perfette o gli effetti speciali avessero subito un grosso miglioramento. Ma Dieci riuscì a farmi innamorare del personaggio (nonostante avessi apprezzato anche Nove.)
Soprattutto, con la seconda stagione cominciai a notare qualcosa, qualcosa che mi stava pian piano legando alla serie, e che credo sia il motivo per cui è tutt’ora una delle mie preferite in assoluto.

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Marzo 2012: io, in cosplay dal decimo Dottore, in una tipica posa da “in che cavolo di guaio si è infilato stavolta”?

Doctor Who alterna storie interessanti e ben congegnate ad altre caotiche e piene di buchi di trama. Ci sono momenti di emotività profonda, coinvolgenti e poetici, e momenti in cui ti senti un po’ in imbarazzo per gli autori. Ci sono modi originali e sensati di usare i viaggi nel tempo e i paradossi temporali, e scelte di sceneggiatura che incasinano la continuity e ti fanno venire voglia di andare a cercare gli scrittori e spiegargli perché non hanno capito nulla.
Ma, nonostante tutto questo, c’è qualcosa in questa serie che ti arriva dritto da qualche parte molto poco razionale e ti parla. A modo suo, un modo ingenuo, talvolta, ma autentico.
In Doctor Who si ha davvero l’impressione di sentire la voce dell’Universo percorso dai protagonisti. Una voce che contiene tutto il coro di singole voci di ogni specie, ogni mondo, ogni singola creatura. Una voce che vibra di curiosità, interesse, meraviglia e amore per la multiforme capacità della vita di esistere, resistere e sbocciare.
C’è qualcosa di infinitamente commovente in questo protagonista (con i suoi milioni di difetti) che attraversa i mondi e le epoche storiche, portando con sé una carica infinita di amore e stupore per tutto quello che trova. Ed è bellissimo rispecchiarsi negli occhi dei compagni, soprattutto quelli umani, nei quali ci possiamo riconoscere, che scoprono l’immensità dell’Universo, e tutto il male e tutto il bene che esso può contenere.

Una cosa che risponde alle mie esigenze di spettatrice è la quantità di dramma che Doctor Who contiene. Nonostante sia una serie mirata a un pubblico vario, e anche alle famiglie, l’aspetto drammatico non è minimizzato. Le persone muoiono. Anche gli amici del Dottore, anche i personaggi che hai seguito e amato per intere stagioni. Anche il Dottore muore, e non importa se poi rigenera: qualcosa di lui va perduto, anche se qualcosa di nuovo nascerà. Le rigenerazioni non sono mai indolori, né per il Dottore, né per i suoi amici. Meno che mai per gli spettatori. La fine – fine della vita, fine del mondo, fine di qualcosa di bello che non può essere salvato – è uno dei temi onnipresenti nella serie, ed è sempre trattato in una maniera per me molto coinvolgente e delicata.
Al tempo stesso, nonostante il dramma, la morte e il senso di fine imminente, c’è una positività di fondo che pervade tutta la serie. Come per dire che, sì, la fine è il destino di tutte le creature e dell’Universo, ma prima della fine c’è la vita, e questa è sempre incredibile. Qualsiasi vita lo è, dalla più mastodontica (come la splendida creatura di The Beast below) alla più infinitesimale, quella apparentemente “meno importante” (che in realtà non esiste, perché “900 years of time and space and I’ve never met someone who wasn’t important“, come dice Undici nell’episodio A Christmas Carol.)

Altra cosa notevole di questa serie è la sua capacità di mettere in scena scelte difficilissime e considerazioni non banali su temi come il bene e il male, la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni. I personaggi si trovano a dover prendere decisioni a volte terribili, dalle quali può dipendere il futuro di un’intera specie o di tutto l’Universo. Decisioni che sembrano però portare conseguenze negative in ogni caso. Come ci si pone, allora, di fronte a situazioni in cui, per esempio, la salvezza di tutti potrebbe dipendere dalla morte di uno? È da eroi o da codardi, cercare sempre la soluzione alternativa?
Non mancano anche riflessioni sulla storia, sul progresso, sull’attualità (m viene in mente The Zygon Invasion, in cui vediamo la propaganda usata contro una determinata categoria di persone, o uno dei cattivi della decima stagione, che praticamente per imporre il proprio dominio usa le fake news…)

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Io in cosplay da Idris (ma non vi dico chi è, esattamente.) La troverete nell’episodio 4 della VI stagione, “The Doctor’s wife”, scritto da Neil Gaiman. Uno dei più belli e commoventi in assoluto.

A oggi ci sono dieci stagioni del nuovo corso (più gli episodi speciali di Natale e quello per i cinquant’anni, tutti parte della continuity.) Recentemente è uscito il trailer dell’undicesima, dove vedremo Tredici, incarnazione interpretata da una donna (Jodie Whittaker. Io l’ho vista in Broadchurch e l’ho apprezzata moltissimo: mi aspetto grandi cose.)

https://www.bbc.co.uk/programmes/p06f6j8s/player

Io ho visto tutta la nuova serie, più alcuni episodi sparsi della vecchia seria, cercando di conoscere un po’ tutti i Dottori, e non solo i più recenti. I miei preferiti sono Dieci e Dodici (Peter Capaldi.) Dieci è quello che mi ha davvero portata con sé sul TARDIS, e gli sarò per sempre grata, ma Dodici è probabilmente quello che più mi ha entusiasmata per la sua personalità burbera che contrasta con la sua capacità di gettarsi nei guai e sacrificarsi per gli altri, e per i suoi discorsi epici.
Per quanto riguarda coloro che hanno fatto parte degli equipaggi del TARDIS, tra i miei preferiti ci sono Rose, Donna, Jack, Rory, River e Bill. I miei episodi preferiti, invece, in ordine sparso, sono The empty child/The Doctor dances, The impossibile planet/The Satan Pit, Blink, Midnight, Turn left, The waters of Mars, The Beast below, Vincent and the Doctor, The Doctor’s wife, The Rings of Akhaten, Listen, The Zygon invasion/The Zygon inversion, Heaven sent, Thin ice.

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No, non ho ancora finito con i cosplay tratti da questa serie. Questa è River Song. Un personaggio con molti difetti di scrittura, e con una storyline bellissima e delirante al tempo stesso. Ma ha qualcosa che me la rende amabile. E interpretarla è sempre molto soddisfacente.

In definitiva: consiglio Doctor Who? Assolutamente sì. Dovete sapere che andate incontro a un prodotto eccezionalmente fallato e discutibile, con gravi problemi di continuity e un budget molto basso (anche se la cosa è migliorata nelle ultime 4-5 stagioni.) Ma è anche un prodotto che ha per davvero un’anima, e che ha qualcosa di unico da dire.

Io, Luna e il gender

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Quando avevo tre anni mi fu regalato un unicorno bianco, con la criniera e la coda fucsia. Me lo donò un amico di famiglia, quello che mi ha sempre fatto i regali migliori (tipo Lo Hobbit quando ero in terza elementare.) Anche quella volta, con l’unicorno, ci indovinò in pieno: diventò uno dei miei giocattoli preferiti, di quelli che ti porti sempre dietro e che ami con una devozione assoluta.
Chiamai l’unicorno Luna, con la consapevolezza che fosse un maschio. Mi sembrava un nome adatto a lui, e non trovavo strano che un maschio avesse i capelli fucsia. Crescendo, è sempre rimasto maschio, anche quando, all’epoca delle elementari, venni inglobata, come tutti i bambini, nel magico mondo del marketing, che divide i giocattoli per genere e soprattutto per colore: quando in un negozio di giochi cominci a vedere del fucsia, allora sei nel reparto femmine. Luna rimase un maschio per tutto il tempo in cui ci giocai (fino agli 11 anni, credo), poi fu posto con la solita devozione su uno scaffale della mia libreria. Da quando vivo da sola, abita nella mia colorata vetrina piena di Playmobil, action figures e altre cose inutili che ti rendono felice.

Perché parto da Luna? Perché è stato il primo momento della mia vita in cui, senza sapere bene come e perché, ho rifiutato le regole non scritte che costruiscono attorno a noi l’armatura del genere. Luna è stato il primo passo su una strada molto lunga e tortuosa.

Mia mamma sapeva che quell’unicorno si chiamava Luna e aveva tutto il mio amore, ma non so se avesse capito che era un maschio, anche se sospetto di sì. Comunque, non mi disse mai niente del tipo: “Ma no, amore, questo è un nome da femmina!” o “Ma ha i capelli rosa, non può essere un maschio!” Purtroppo conosco genitori che l’avrebbero fatto. A lei non è mai importato niente.
I miei genitori non si sono mai posti contro quell’educazione che divide severamente le “cose da maschio” e le “cose da femmina”. Però erano persone che hanno sempre vissuto in un modo tale che io questa cosa l’ho capita da sola.
Mia madre è una delle persone più attive che conosca. Fa l’insegnante e si dedica al volontariato. Riesce a occuparsi di una quantità incredibile di bisogni e situazioni. Ha molti tratti tipici del leader, un ruolo che la nostra cultura spesso attribuisce agli uomini. Non solo: prima di decidere di fare l’insegnante di religione ha studiato Biologia – e guardate che l’idea che siano gli uomini, quelli portati per le scienze, è dura a morire ancora oggi. Insomma, se ho respirato l’idea che una donna può essere un leader e una persona d’azione, di sicuro è perché ne vedevo una così nella mia quotidianità.
Mio padre, invece, è uno dei motivi per cui sono una nerd: è lui che mi ha iniziato a capolavori come Star Wars, Indiana Jones, I Goonies, i film di fantascienza. Non ha mai fatto una piega quando preferivo mostri e combattimenti alle principesse (anche se amavo pure le principesse), né si è preoccupato quando mi vedeva giocare prevalentemente ai pirati o ai cavalieri. Anzi, ha sempre stimolato la mia fantasia, in qualunque direzione volesse andare. Inoltre non ho mai sentito mezza battuta cretina sulle donne dalla sua bocca, né ha mai ripetuto pregiudizi, frasi antiquate o sciocchezze denigratorie. Soprattutto, non ha mai messo in dubbio il fatto che io potessi fare qualsiasi cosa volessi della mia vita.

La via che parte da Luna e prosegue con i miei genitori passa da tante tappe fondamentali. Una di esse è Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno, il libro che a tredici anni mia ha insegnato il femminismo. È stato pubblicato nel 1973 ma temo che sia ancora molto attuale. La storia è semplice e geniale: la Terra ha un gemellaggio con il pianeta Deneb e i bambini di questo mondo possono partecipare a una sorta di scambio culturale, per cui vivranno dieci anni in una famiglia terrestre. Piccolo problema: i bambini di Deneb sviluppano il sesso in adolescenza, quindi quando Mo, il protagonista, arriva sulla Terra, la famiglia che lo accoglie va nel panico, non sapendo di che sesso sia. Una serie di “indizi” fanno decidere alla famiglia che Mo è maschio, e cominciano a trattarlo di conseguenza. Quando una successiva analisi del sangue più approfondita rivela che in realtà è una femmina, tutto cambia, e Mo comincia a sperimentare quanto sia più repressiva e assurda l’educazione data alle bambine.

Tra le tante cose che mi rimasero impresse di quel libro ce ne fu una: l’idea che una donna che si traveste da uomo (per gioco, per una festa o simili) è tutto sommato accettata, mentre un uomo che si traveste da donna è visto in maniera molto più negativa, come se avesse fatto qualcosa che lo svaluta, che gli toglie dignità.

E qui arriviamo a un altro grande argomento: il travestimento. Il travestimento, in qualunque sua forma, è sempre stato e sarà sempre qualcosa che fa parte di me in maniera molto profonda. È la voglia di giocare con i colori, con le forme, con le mode, con gli stili, con i dettagli, con i personaggi. Con le regole. (Ho scritto post sul Carnevale e sul senso della maschera per me, se volete approfondire e immergervi nel mio amore per il travestimento.)
Mi piacciono i costumi arrangiati per Carnevale e per Halloween, mi piace il cosplay, mi piace il gioco che richiede il travestimento, vado fuori di testa per le costumerie teatrali. E naturalmente, ho sempre amato tutto ciò che porta a giocare anche con le regole del genere. Per esempio, per me cose come il teatro, il gioco di ruolo o il cosplay devono essere le terre della libertà assoluta. Se una persona vuole interpretare un personaggio di sesso opposto al suo, deve poterlo fare. Che sia per ottenere un certo effetto o solo perché ama quel personaggio, che lo faccia per sfida, per divertimento o perché desidera provare a mettersi nei panni di qualcuno radicalmente diverso, non solo non c’è niente di male, nel farlo, ma anzi: è una cosa incredibilmente sana e può insegnare molto.
Eppure, come diceva nel suo libro la Pitzorno, non è così scontato. Per qualcuno è quasi una vergogna. Soprattutto per un maschio travestirsi da femmina o interpretare un personaggio femminile. Perché la nostra cultura occidentale è ancora impregnata di forme di maschilismo, spesso subdole o non subito visibili, ma che ancora permangono e danneggiano tutti, maschi e femmine.

Io non ho amato particolarmente il film Disney Frozen, ma il personaggio di Elsa ha un merito incredibile: è stato apprezzato così tanto sia dai maschi che dalle femmine, tanto da spingere i bambini a voler essere lei, nei loro giochi, o a volersi travestire da lei. Guardate che è una cosa rivoluzionaria, in una cultura in cui ancora tra maschi si usa femminuccia come insulto. È il sapersi mettere nei panni di una donna senza che questo sembri vergognoso. Ho visto con i miei occhi bimbi maschi litigarsi il ruolo di Elsa, e vi giuro che stavo per commuovermi.

Dunque, Luna, i miei genitori, il travestimento. Da qui, vado avanti veloce e cito un po’ di cose. L’androginia di Brian Molko dei Placebo. I capelli prima cortissimi e poi lunghissimi (per me sono stati un modo di sfidare il genere.) La passione per le cravatte. La mia tesi di laurea triennale in Letterature Comparate con approfondimento sui gender studies. Giocare, scrivere e interpretare personaggi maschili, femminili, transessuali, non-binary, gendefluid, genderqueer…

Più importante di tutto però è stato l’incontro con altre persone, l’ascolto delle loro esperienze, il confronto rispettoso, il silenzioso imparare, l’educarmi grazie a loro e insieme a loro a quella realtà che già avevo intuito e che volevo comprendere in pienezza.

E così via, la strada va avanti.

Se la natura scrive su di noi il sesso biologico, la cultura ci veste secondo le regole del genere. E contro quelle possiamo ribellarci, quando diventano prigioni.
Viviamo in una cultura che usa ancora molto di ciò che è considerato femminile come qualcosa da svilire. Una cultura che vede come una cosa negativa che gli uomini siano teneri tra di sé, o siano capaci di esprimere i propri sentimenti. Che ancora categorizza determinate cose come “da maschio” (forza, coraggio, leadership, affidabilità) e “da donna” (bellezza, dolcezza, accoglienza, cura degli altri, cura della famiglia e della casa.) Che stigmatizza le persone che scelgono percorsi diversi dal pensiero comune (uomini che vogliono fare i padri a tempo pieno, donne che scelgono consapevolmente non avere figli, …) Che ride, ride e ride in maniera sempre più becera e crudele di ogni corpo che non si conforma a una norma imposta (il più delle volte dal marketing.) Che scambia tradizioni e usanze assodate per leggi immutabili incise nella pietra o nel DNA.

Ecco, allora giocare con tutto quello che è culturalmente “maschile” e “femminile”, scoprire che tra questi due poli c’è un mare immenso di possibilità, ribaltare i ruoli per liberarsi dalle catene, riappropriarsi del proprio spazio e della propria interiorità, trovare la propria identità senza compromessi con il mondo: tutto questo è una rivoluzione indispensabile per la felicità di ognuno.

La mia è iniziata tanti anni fa, e per fortuna, nonostante abbia avuto il suo bel carico di sofferenza, ha avuto degli alleati importanti: i miei genitori, Bianca Pitzorno, i libri, la musica, il teatro, la creatività in tutte le sue forme.

E Luna, naturalmente.

questioni
I miei Playmobil vi invitano a leggere “Questioni di genere” di Raewyn Connell (Il Mulino), uno dei testi più ampi, chiari ed esaurienti che abbia letto sulla questione complessa e importante dell’identità di genere.