We’re all stories, in the end

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Sì, provo davvero a fare un’impresa impossibile: scrivere un post su Doctor Who. Facile, no? Devo solo riuscire a scrivere qualcosa di interessante, utile, possibilmente obiettivo, che non sia già stato scritto un milione di volte e che aggiunga realmente qualcosa alla quantità esorbitante di informazioni in merito.

Nel caso non sappiate cos’è Doctor Who, cerco di spiegarvelo in tre parole. O meglio, cerco di spiegarvi le basi di ciò che è. Il cuore, invece, proverò a raccontarvelo nel resto del post.
Doctor Who è una serie televisiva di fantascienza inglese. Va in onda dal 1963, con una pausa a fine anni ottanta, interrotta da un film negli anni novanta. Nel 2005 è iniziato il nuovo corso della serie, che non è un reboot ma la continuazione della storia. Com’è possibile? Ebbene, la struttura stessa della storia lo permette.
Doctor Who racconta le vicende del Dottore, un Time Lord specie aliena dotata della capacità di rigenerarsi un numero determinato di volte) che va in giro per lo spazio e il tempo sulla sua astronave, chiamata TARDIS, portando con sé compagni di ogni specie (con una predilezione per gli umani.)
Avendo il protagonista la capacità di rigenerarsi, è facile capire come la serie possa essere andata avanti per più di cinquant’anni. Così come le incarnazioni del Dottore sono cambiate, anche gli equipaggi che lo hanno accompagnato sono variati nel tempo. In questo modo la serie ha sempre qualcosa di nuovo da offrire. Ogni incarnazione del protagonista conserva le sue caratteristiche fondamentali (il Dottore è intelligente, spericolato, curioso, nobile d’animo, talvolta arrogante, talvolta terribile) ma ha qualcosa di diverso (movenze, frasi tipiche, atteggiamenti, temi specifici che accompagnano la sua storia,…)

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I Dottori da Uno a Undici. Fonte immagine: http://www.bbcamerica.com

La mia esperienza con Doctor Who comincia nel 2010 in seguito ai consigli appassionati di due amiche. Parto dagli episodi del nuovo corso. Guardo il primo episodio, Rose. Esco dalla visione con un sacco di perplessità. D’accordo, il protagonista (l’incarnazione del Dottore numero Nove, interpretata da Christopher Ecclestone) aveva una certa capacità di farsi amare, e non era male neanche la compagna, Rose (Billie Piper.) Ma… Ma tutto il resto presentava numerosi problemi. Una scrittura spiazzante. Personaggi di supporto che non riuscivo bene a inquadrare (o che odiavo apertamente, come Mickey.) Manichini viventi. Gente mangiata da un cestino per i rifiuti. Il tutto condito da effetti speciali terribili.
Però andai avanti. Gli episodi successivi mi sembrarono migliori, anche se la storia in due parti Aliens of London/World War III rischiarono di farmi abbandonare la serie (sinceramente, ho un’ampia tolleranza per l’umorismo triviale, ma posso sopportare solo un certo numero di battute sulle scorregge. E, in generale, li trovo molto deboli per trama e ritmo.)
Gli episodi che invece accesero in maniera definitiva il mio interesse furono la coppia The empty child/The Doctor dances: una buona storia, inquietantissima e interessante, con l’introduzione di un personaggio (Jack Harkness) che ho sempre apprezzato molto.
Il bel finale di stagione, con la rigenerazione del Dottore, mi convinse a proseguire. Arrivò la stagione 2, e con essa il Decimo Dottore di David Tennant. E lì fu amore. Non che le trame fossero diventate tutte improvvisamente perfette o gli effetti speciali avessero subito un grosso miglioramento. Ma Dieci riuscì a farmi innamorare del personaggio (nonostante avessi apprezzato anche Nove.)
Soprattutto, con la seconda stagione cominciai a notare qualcosa, qualcosa che mi stava pian piano legando alla serie, e che credo sia il motivo per cui è tutt’ora una delle mie preferite in assoluto.

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Marzo 2012: io, in cosplay dal decimo Dottore, in una tipica posa da “in che cavolo di guaio si è infilato stavolta”?

Doctor Who alterna storie interessanti e ben congegnate ad altre caotiche e piene di buchi di trama. Ci sono momenti di emotività profonda, coinvolgenti e poetici, e momenti in cui ti senti un po’ in imbarazzo per gli autori. Ci sono modi originali e sensati di usare i viaggi nel tempo e i paradossi temporali, e scelte di sceneggiatura che incasinano la continuity e ti fanno venire voglia di andare a cercare gli scrittori e spiegargli perché non hanno capito nulla.
Ma, nonostante tutto questo, c’è qualcosa in questa serie che ti arriva dritto da qualche parte molto poco razionale e ti parla. A modo suo, un modo ingenuo, talvolta, ma autentico.
In Doctor Who si ha davvero l’impressione di sentire la voce dell’Universo percorso dai protagonisti. Una voce che contiene tutto il coro di singole voci di ogni specie, ogni mondo, ogni singola creatura. Una voce che vibra di curiosità, interesse, meraviglia e amore per la multiforme capacità della vita di esistere, resistere e sbocciare.
C’è qualcosa di infinitamente commovente in questo protagonista (con i suoi milioni di difetti) che attraversa i mondi e le epoche storiche, portando con sé una carica infinita di amore e stupore per tutto quello che trova. Ed è bellissimo rispecchiarsi negli occhi dei compagni, soprattutto quelli umani, nei quali ci possiamo riconoscere, che scoprono l’immensità dell’Universo, e tutto il male e tutto il bene che esso può contenere.

Una cosa che risponde alle mie esigenze di spettatrice è la quantità di dramma che Doctor Who contiene. Nonostante sia una serie mirata a un pubblico vario, e anche alle famiglie, l’aspetto drammatico non è minimizzato. Le persone muoiono. Anche gli amici del Dottore, anche i personaggi che hai seguito e amato per intere stagioni. Anche il Dottore muore, e non importa se poi rigenera: qualcosa di lui va perduto, anche se qualcosa di nuovo nascerà. Le rigenerazioni non sono mai indolori, né per il Dottore, né per i suoi amici. Meno che mai per gli spettatori. La fine – fine della vita, fine del mondo, fine di qualcosa di bello che non può essere salvato – è uno dei temi onnipresenti nella serie, ed è sempre trattato in una maniera per me molto coinvolgente e delicata.
Al tempo stesso, nonostante il dramma, la morte e il senso di fine imminente, c’è una positività di fondo che pervade tutta la serie. Come per dire che, sì, la fine è il destino di tutte le creature e dell’Universo, ma prima della fine c’è la vita, e questa è sempre incredibile. Qualsiasi vita lo è, dalla più mastodontica (come la splendida creatura di The Beast below) alla più infinitesimale, quella apparentemente “meno importante” (che in realtà non esiste, perché “900 years of time and space and I’ve never met someone who wasn’t important“, come dice Undici nell’episodio A Christmas Carol.)

Altra cosa notevole di questa serie è la sua capacità di mettere in scena scelte difficilissime e considerazioni non banali su temi come il bene e il male, la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni. I personaggi si trovano a dover prendere decisioni a volte terribili, dalle quali può dipendere il futuro di un’intera specie o di tutto l’Universo. Decisioni che sembrano però portare conseguenze negative in ogni caso. Come ci si pone, allora, di fronte a situazioni in cui, per esempio, la salvezza di tutti potrebbe dipendere dalla morte di uno? È da eroi o da codardi, cercare sempre la soluzione alternativa?
Non mancano anche riflessioni sulla storia, sul progresso, sull’attualità (m viene in mente The Zygon Invasion, in cui vediamo la propaganda usata contro una determinata categoria di persone, o uno dei cattivi della decima stagione, che praticamente per imporre il proprio dominio usa le fake news…)

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Io in cosplay da Idris (ma non vi dico chi è, esattamente.) La troverete nell’episodio 4 della VI stagione, “The Doctor’s wife”, scritto da Neil Gaiman. Uno dei più belli e commoventi in assoluto.

A oggi ci sono dieci stagioni del nuovo corso (più gli episodi speciali di Natale e quello per i cinquant’anni, tutti parte della continuity.) Recentemente è uscito il trailer dell’undicesima, dove vedremo Tredici, incarnazione interpretata da una donna (Jodie Whittaker. Io l’ho vista in Broadchurch e l’ho apprezzata moltissimo: mi aspetto grandi cose.)

https://www.bbc.co.uk/programmes/p06f6j8s/player

Io ho visto tutta la nuova serie, più alcuni episodi sparsi della vecchia seria, cercando di conoscere un po’ tutti i Dottori, e non solo i più recenti. I miei preferiti sono Dieci e Dodici (Peter Capaldi.) Dieci è quello che mi ha davvero portata con sé sul TARDIS, e gli sarò per sempre grata, ma Dodici è probabilmente quello che più mi ha entusiasmata per la sua personalità burbera che contrasta con la sua capacità di gettarsi nei guai e sacrificarsi per gli altri, e per i suoi discorsi epici.
Per quanto riguarda coloro che hanno fatto parte degli equipaggi del TARDIS, tra i miei preferiti ci sono Rose, Donna, Jack, Rory, River e Bill. I miei episodi preferiti, invece, in ordine sparso, sono The empty child/The Doctor dances, The impossibile planet/The Satan Pit, Blink, Midnight, Turn left, The waters of Mars, The Beast below, Vincent and the Doctor, The Doctor’s wife, The Rings of Akhaten, Listen, The Zygon invasion/The Zygon inversion, Heaven sent, Thin ice.

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No, non ho ancora finito con i cosplay tratti da questa serie. Questa è River Song. Un personaggio con molti difetti di scrittura, e con una storyline bellissima e delirante al tempo stesso. Ma ha qualcosa che me la rende amabile. E interpretarla è sempre molto soddisfacente.

In definitiva: consiglio Doctor Who? Assolutamente sì. Dovete sapere che andate incontro a un prodotto eccezionalmente fallato e discutibile, con gravi problemi di continuity e un budget molto basso (anche se la cosa è migliorata nelle ultime 4-5 stagioni.) Ma è anche un prodotto che ha per davvero un’anima, e che ha qualcosa di unico da dire.

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Io, Luna e il gender

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Quando avevo tre anni mi fu regalato un unicorno bianco, con la criniera e la coda fucsia. Me lo donò un amico di famiglia, quello che mi ha sempre fatto i regali migliori (tipo Lo Hobbit quando ero in terza elementare.) Anche quella volta, con l’unicorno, ci indovinò in pieno: diventò uno dei miei giocattoli preferiti, di quelli che ti porti sempre dietro e che ami con una devozione assoluta.
Chiamai l’unicorno Luna, con la consapevolezza che fosse un maschio. Mi sembrava un nome adatto a lui, e non trovavo strano che un maschio avesse i capelli fucsia. Crescendo, è sempre rimasto maschio, anche quando, all’epoca delle elementari, venni inglobata, come tutti i bambini, nel magico mondo del marketing, che divide i giocattoli per genere e soprattutto per colore: quando in un negozio di giochi cominci a vedere del fucsia, allora sei nel reparto femmine. Luna rimase un maschio per tutto il tempo in cui ci giocai (fino agli 11 anni, credo), poi fu posto con la solita devozione su uno scaffale della mia libreria. Da quando vivo da sola, abita nella mia colorata vetrina piena di Playmobil, action figures e altre cose inutili che ti rendono felice.

Perché parto da Luna? Perché è stato il primo momento della mia vita in cui, senza sapere bene come e perché, ho rifiutato le regole non scritte che costruiscono attorno a noi l’armatura del genere. Luna è stato il primo passo su una strada molto lunga e tortuosa.

Mia mamma sapeva che quell’unicorno si chiamava Luna e aveva tutto il mio amore, ma non so se avesse capito che era un maschio, anche se sospetto di sì. Comunque, non mi disse mai niente del tipo: “Ma no, amore, questo è un nome da femmina!” o “Ma ha i capelli rosa, non può essere un maschio!” Purtroppo conosco genitori che l’avrebbero fatto. A lei non è mai importato niente.
I miei genitori non si sono mai posti contro quell’educazione che divide severamente le “cose da maschio” e le “cose da femmina”. Però erano persone che hanno sempre vissuto in un modo tale che io questa cosa l’ho capita da sola.
Mia madre è una delle persone più attive che conosca. Fa l’insegnante e si dedica al volontariato. Riesce a occuparsi di una quantità incredibile di bisogni e situazioni. Ha molti tratti tipici del leader, un ruolo che la nostra cultura spesso attribuisce agli uomini. Non solo: prima di decidere di fare l’insegnante di religione ha studiato Biologia – e guardate che l’idea che siano gli uomini, quelli portati per le scienze, è dura a morire ancora oggi. Insomma, se ho respirato l’idea che una donna può essere un leader e una persona d’azione, di sicuro è perché ne vedevo una così nella mia quotidianità.
Mio padre, invece, è uno dei motivi per cui sono una nerd: è lui che mi ha iniziato a capolavori come Star Wars, Indiana Jones, I Goonies, i film di fantascienza. Non ha mai fatto una piega quando preferivo mostri e combattimenti alle principesse (anche se amavo pure le principesse), né si è preoccupato quando mi vedeva giocare prevalentemente ai pirati o ai cavalieri. Anzi, ha sempre stimolato la mia fantasia, in qualunque direzione volesse andare. Inoltre non ho mai sentito mezza battuta cretina sulle donne dalla sua bocca, né ha mai ripetuto pregiudizi, frasi antiquate o sciocchezze denigratorie. Soprattutto, non ha mai messo in dubbio il fatto che io potessi fare qualsiasi cosa volessi della mia vita.

La via che parte da Luna e prosegue con i miei genitori passa da tante tappe fondamentali. Una di esse è Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno, il libro che a tredici anni mia ha insegnato il femminismo. È stato pubblicato nel 1973 ma temo che sia ancora molto attuale. La storia è semplice e geniale: la Terra ha un gemellaggio con il pianeta Deneb e i bambini di questo mondo possono partecipare a una sorta di scambio culturale, per cui vivranno dieci anni in una famiglia terrestre. Piccolo problema: i bambini di Deneb sviluppano il sesso in adolescenza, quindi quando Mo, il protagonista, arriva sulla Terra, la famiglia che lo accoglie va nel panico, non sapendo di che sesso sia. Una serie di “indizi” fanno decidere alla famiglia che Mo è maschio, e cominciano a trattarlo di conseguenza. Quando una successiva analisi del sangue più approfondita rivela che in realtà è una femmina, tutto cambia, e Mo comincia a sperimentare quanto sia più repressiva e assurda l’educazione data alle bambine.

Tra le tante cose che mi rimasero impresse di quel libro ce ne fu una: l’idea che una donna che si traveste da uomo (per gioco, per una festa o simili) è tutto sommato accettata, mentre un uomo che si traveste da donna è visto in maniera molto più negativa, come se avesse fatto qualcosa che lo svaluta, che gli toglie dignità.

E qui arriviamo a un altro grande argomento: il travestimento. Il travestimento, in qualunque sua forma, è sempre stato e sarà sempre qualcosa che fa parte di me in maniera molto profonda. È la voglia di giocare con i colori, con le forme, con le mode, con gli stili, con i dettagli, con i personaggi. Con le regole. (Ho scritto post sul Carnevale e sul senso della maschera per me, se volete approfondire e immergervi nel mio amore per il travestimento.)
Mi piacciono i costumi arrangiati per Carnevale e per Halloween, mi piace il cosplay, mi piace il gioco che richiede il travestimento, vado fuori di testa per le costumerie teatrali. E naturalmente, ho sempre amato tutto ciò che porta a giocare anche con le regole del genere. Per esempio, per me cose come il teatro, il gioco di ruolo o il cosplay devono essere le terre della libertà assoluta. Se una persona vuole interpretare un personaggio di sesso opposto al suo, deve poterlo fare. Che sia per ottenere un certo effetto o solo perché ama quel personaggio, che lo faccia per sfida, per divertimento o perché desidera provare a mettersi nei panni di qualcuno radicalmente diverso, non solo non c’è niente di male, nel farlo, ma anzi: è una cosa incredibilmente sana e può insegnare molto.
Eppure, come diceva nel suo libro la Pitzorno, non è così scontato. Per qualcuno è quasi una vergogna. Soprattutto per un maschio travestirsi da femmina o interpretare un personaggio femminile. Perché la nostra cultura occidentale è ancora impregnata di forme di maschilismo, spesso subdole o non subito visibili, ma che ancora permangono e danneggiano tutti, maschi e femmine.

Io non ho amato particolarmente il film Disney Frozen, ma il personaggio di Elsa ha un merito incredibile: è stato apprezzato così tanto sia dai maschi che dalle femmine, tanto da spingere i bambini a voler essere lei, nei loro giochi, o a volersi travestire da lei. Guardate che è una cosa rivoluzionaria, in una cultura in cui ancora tra maschi si usa femminuccia come insulto. È il sapersi mettere nei panni di una donna senza che questo sembri vergognoso. Ho visto con i miei occhi bimbi maschi litigarsi il ruolo di Elsa, e vi giuro che stavo per commuovermi.

Dunque, Luna, i miei genitori, il travestimento. Da qui, vado avanti veloce e cito un po’ di cose. L’androginia di Brian Molko dei Placebo. I capelli prima cortissimi e poi lunghissimi (per me sono stati un modo di sfidare il genere.) La passione per le cravatte. La mia tesi di laurea triennale in Letterature Comparate con approfondimento sui gender studies. Giocare, scrivere e interpretare personaggi maschili, femminili, transessuali, non-binary, gendefluid, genderqueer…

Più importante di tutto però è stato l’incontro con altre persone, l’ascolto delle loro esperienze, il confronto rispettoso, il silenzioso imparare, l’educarmi grazie a loro e insieme a loro a quella realtà che già avevo intuito e che volevo comprendere in pienezza.

E così via, la strada va avanti.

Se la natura scrive su di noi il sesso biologico, la cultura ci veste secondo le regole del genere. E contro quelle possiamo ribellarci, quando diventano prigioni.
Viviamo in una cultura che usa ancora molto di ciò che è considerato femminile come qualcosa da svilire. Una cultura che vede come una cosa negativa che gli uomini siano teneri tra di sé, o siano capaci di esprimere i propri sentimenti. Che ancora categorizza determinate cose come “da maschio” (forza, coraggio, leadership, affidabilità) e “da donna” (bellezza, dolcezza, accoglienza, cura degli altri, cura della famiglia e della casa.) Che stigmatizza le persone che scelgono percorsi diversi dal pensiero comune (uomini che vogliono fare i padri a tempo pieno, donne che scelgono consapevolmente non avere figli, …) Che ride, ride e ride in maniera sempre più becera e crudele di ogni corpo che non si conforma a una norma imposta (il più delle volte dal marketing.) Che scambia tradizioni e usanze assodate per leggi immutabili incise nella pietra o nel DNA.

Ecco, allora giocare con tutto quello che è culturalmente “maschile” e “femminile”, scoprire che tra questi due poli c’è un mare immenso di possibilità, ribaltare i ruoli per liberarsi dalle catene, riappropriarsi del proprio spazio e della propria interiorità, trovare la propria identità senza compromessi con il mondo: tutto questo è una rivoluzione indispensabile per la felicità di ognuno.

La mia è iniziata tanti anni fa, e per fortuna, nonostante abbia avuto il suo bel carico di sofferenza, ha avuto degli alleati importanti: i miei genitori, Bianca Pitzorno, i libri, la musica, il teatro, la creatività in tutte le sue forme.

E Luna, naturalmente.

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I miei Playmobil vi invitano a leggere “Questioni di genere” di Raewyn Connell (Il Mulino), uno dei testi più ampi, chiari ed esaurienti che abbia letto sulla questione complessa e importante dell’identità di genere.

“GG – Life is a videogame 1” – Recensione

Titolo: GG – Life is a videogame – Volume 1
Autori: Ilaria Gelli (disegni) – Giacomo Masi (testi)
Editore: Tatai Lab
Pubblicazione: Febbraio 2018
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Amo i fumetti, anche se riesco a leggerne molti meno di quelli che vorrei. Soprattutto le produzioni italiane: mi riempie di gioia trovare progetti nostrani, sapendo quanto pregiudizio sciocco c’è ancora, in Italia, nei riguardi di questa forma d’arte.
Ogni tanto mi imbatto in opere che reputo davvero meritevoli, per un motivo o l’altro. Ecco, il primo volume di questo progetto lo è sicuramente.

Edito da una piccola realtà fiorentina, Tatai Lab, “GG” è fortemente ispirato dal fumetto nipponico, sia nel disegno che nella narrazione. Ambientato in Italia, “GG” racconta la storia di cinque gamer e del loro party impegnato nel gioco World of Ragnarok. Tutto parte dall’installazione di un DLC per il gioco: lungi dall’essere solo un nuovo contenuto, questo aggiornamento comincia a trasformare la realtà stessa attorno alle ragazze. Pare però che solo loro si accorgano di quello che sta succedendo…

La prima nota positiva su quest’opera, la prima su cui cade l’occhio, è sicuramente il disegno: l’autrice ha un’ottimo stile, le scene sono dinamiche e ben costruite, i personaggi sono tutti caratterizzati in maniera originale e molto espressivi.
Ottima anche la scrittura: i dialoghi funzionano, divertenti ed efficaci, senza voler imitare per forza il modello giapponese ma ben adattati alla realtà italiana che raccontano. Anche la storia, per quanto in questo primo episodio sia stata appena introdotta, riesce a interessare e coinvolgere: attendo gli sviluppi (l’opera dovrebbe concludersi in tre volumi.)
Un’osservazione sulle protagoniste: mi è piaciuto come sono stati tratteggiati gli aspetti di ciascuna delle cinque ragazze. Pur rifacendosi a determinate categorie (sia nel gioco che nella vita reale), non risultano semplici stereotipi ma mostrano una loro personalità peculiare. Anche per quanto riguarda loro, aspetto di vederle maggiormente in azione: il primo assaggio mi ha incuriosita e mi auguro di vederle “risplendere” tutte e cinque, nei prossimi volumi.

“GG” ha incontrato il mio gusto perché è un’opera ben fatta, perché è piena di riferimenti e umorismo al variegato mondo dei nerd, e infine perché inserisce il fantastico nella realtà italiana e lo fa in maniera sensata – ce n’è sempre bisogno, di storie che provano a rendere un po’ più bizzarro e immaginativo il nostro paese.

In definitiva, un’opera divertente e ben disegnata che fa desiderare di entrare più nel vivo della vicenda. Credo che possa essere gradita anche a chi non ha un background da videogiocatore (come me, che ho assorbito qualche conoscenza dai miei amici, ma non ne ho mai fatto esperienza diretta) però naturalmente se si possiedono le conoscenze giuste la si apprezza di più.

GG – Pagina Facebook

GG su Tatai Lab

“Versus” – Recensione

Titolo: Versus

Autore: Lucia Guglielminetti

Editore: Dark Zone

Data di pubblicazione: Dicembre 2017

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Sono un’appassionata di horror e di thriller più o meno dai tempi delle superiori. Preferisco quelli con molti elementi sovrannaturali, profonde riflessioni sull’abisso interiore dell’uomo e personaggi dei quali innamorarsi (e per i quali regolarmente piangere sulla loro tragica fine.) Gli horror alla Stephen King o alla Guillermo Del Toro, per intenderci. Ma ho bisogno anche della mia dose di storie “cattive”, dove personaggi privi di qualsiasi qualità positiva (o quasi) si danno da fare per tirare fuori il peggio di sé. Ecco, “Versus” fa parte di questa categoria, e ne è un buon rappresentante, divertente e ben scritto.

La storia comincia mostrandoci la vita di Beatrice, un’adolescente sola e problematica, con un’unica ragione di vita: il rockettaro Johnny Lee Kerr. Due eventi però cambieranno la vita di Beatrice: l’acquisizione di poteri paranormali e un incontro con il suo idolo. Quando quest’ultimo si rivelerà molto diverso dalle più fervide fantasie della ragazza, i nuovi poteri torneranno molto utili, per precipitare la vita dell’uomo in un incubo infernale.

Un po’ Carrie e un po’ Annie Wilkes di Misery, Beatrice spiazza (e diverte) il lettore con la sua crudeltà sempre più tagliente e il delirio progressivo nel quale cade. L’iniziale empatia che si poteva provare per lei svanisce, lasciando spazio alla domanda, ben nota agli amanti dell’horror: quanto ancora oltre può spingersi? Che altro riuscirà a fare? E mentre ci auguriamo che qualcuno la fermi, al tempo stesso vogliamo proprio vedere che altro potrà mai combinare.

Johnny Lee Kerr incarna bene lo stereotipo della rockstar amatissima dalle folle, che dietro alla sua persona pubblica nasconde un uomo fragile, capriccioso e ingiustificatamente violento con chiunque, anche con le persone che dimostrano di tenere a lui. È un personaggio ben costruito: di lui veniamo a sapere la tormentata storia, che spiega il suo carattere e i suoi eccessi. Non si può non provare simpatia per lui, nonostante sia un personaggio con molte qualità negative, e sia artefice di una serie di atti deprecabili. Rispetto alla sua controparte, ha di sicuro delle redeeming qualities: una su tutte, l’amore genuino per Kim. Ma la sua discesa agli inferi eroderà pian piano la sua umanità, oltre che la sua sanità mentale.

Il buon ritmo che caratterizza tutta la storia si fa sempre più incalzante e ci conduce a un’escalation di tensione e brutalità, sulla quale non dico altro per evitare spoiler. Ma se siete appassionati di thriller e horror, se vi divertite a seguire i personaggi dentro spirali di terrore e delirio, sono sicura che apprezzerete questa storia, che scorre via bene e intrattiene fino alla fine.

Il mio ossimoro preferito

Il mio ossimoro preferito è “fantasy storicamente accurato”.

Stempero subito la vena caustica con cui mi sono messa all’opera per scrivere questo post e chiarisco la mia osservazione iniziale. Credo che possa esistere un “fantasy storicamente accurato”? Sì, ma non è ciò che molte persone intendono, quando usano questa frase. Adesso cercherò di spiegare perché la penso così.

Negli ultimi anni, complici George R. R. Martin e altri autori, il fantasy cupo, tragico e violento, ambientato in società spesso oppressive, amorali e dominate dalla guerra e dal desiderio di conquista, è molto letto e apprezzato. Cito Martin perché al momento è il più noto e perché sono abbastanza convinta che la serie tv del Trono di Spade sia tra i maggiori responsabili dello sdoganamento di questo ramo del fantasy. Certo, lui non è l’unico autore che si aggira in questi territori oscuri, né il primo: la lunga e complessa storia del fantasy ha sempre offerto storie di questo genere.
Fin qui, tutto benissimo. Si tratta di un genere come un altro, offre autori e storie meritevoli, è perfettamente legittimo trovare di proprio gusto questo tipo di ambientazione e trama.
Mi sembra, però, che si siano diffuse due strane idee, insieme a questo sottogenere (letterario, ma non solo: la tendenza si vede anche nelle serie televisive e in altri mezzi espressivi, e ha travalicato anche i confini del fantasy.) Le idee sono le seguenti:
– Questo fantasy è “storicamente accurato”.
– Questo fantasy è più maturo, quindi migliore (e anche i suoi lettori sono più maturi, in grado di sopportare uccisioni, scannamenti, stupri e cattiverie gratuite ogni pagina.)
Lungi da me criticare chi ama il fantasy cupo e violento: anche io ho apprezzato opere di questo tipo, se erano coniugate con buona scrittura, buon ritmo e personaggi di cui mi interessasse qualcosa. Lungi da me anche il sostenere che tutti i lettori di questo genere abbiano tali idee! Però di articoli, post, riflessioni e interventi che sostenevano in qualche modo queste idee io ne ho trovati molti, e vorrei provare a spiegare perché, secondo me, non hanno molto senso.

1. Il fantasy cupo, il sottogenere del “grimdark” e le ambientazioni particolarmente violente non sono per forza storicamente accurati. Prima di tutto: di che Storia stiamo parlando? Di che epoca stiamo parlando? È fantasy, è per definizione qualcosa che contiene una grande quantità di elementi inventati. Che senso ha cercarvi a tutti i costi l’accuratezza storica? A meno che non sia ambientato in un preciso momento della Storia, e che l’autore abbia mirato non a inventare un tempo/luogo simile a qualcosa di reale, ma abbia scelto di raccontare la sua vicenda in un tempo/luogo realmente esistente. Allora si può parlare di accuratezza storica. Ma non se ne può parlare per il fantasy che rappresenta uno pseudo-medioevo crudo e cattivo.
Esempio: la Commedia di Dante è un fantasy storicamente accurato (è ambientata in un preciso momento storico e contiene personaggi e vicende reali, ma presenta l’elemento sovrannaturale del viaggio nell’aldilà.) “A song of ice and fire” non è un fantasy storicamente accurato, perché prende elementi di vari periodi del Medioevo e li rimescola tutti insieme in un calderone inventato. Si può apprezzare Martin per il mondo che ha costruito, si può dire che ha una sua validissima coerenza interna (ce l’ha, in effetti!) ma non si può dire “ecco, il Medioevo era in quel modo”, perché non è così! Se il suo mondo sembra credibile è perché l’autore è stato capace di costruirlo, non perché si è rifatto pedissequamente alla realtà.
Se io scrivo una storia ambietata nella Firenze comunale e ci metto i fantasmi, quello può essere definito “fantasy storicamente accurato” (sempre se io faccio una ricerca sensata e approfondita sulla Firenze comunale.) Se io scrivo una storia di soldatacci che marciano nella neve a caccia di invasori, per trucidarli selvaggiamente grazie alle loro armi magiche, quello è tutto fuorché storicamente accurato. Ma va bene lo stesso, perché sto scrivendo un fantasy. E un fantasy ha bisogno di coerenza interna e credibilità, certo, ma non per forza queste devono venire da una descrizione esatta di un qualche periodo storico.
Sempre riguardo il Medioevo: l’idea che siano stati mille anni squartamenti, stupri e torture a tutti gli angoli delle strade è priva di qualsiasi fondamento storico. C’è differenza, che so, tra il Medioevo latino, il periodo dei regni romano-barbarici, l’epoca comunale, le signorie del Trecento… Non era sempre la stessa cosa, e anche l’idea che ci fosse violenza a ogni piè sospinto non è corretta: dipende dal tempo, dal luogo, dalla classe sociale o dal ruolo della persona…

 

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Due cavalieri si corrono incontro con lo scopo di squartarsi con più spargimento di sangue possibile.

2. Il fantasy cupo e violento non è sempre per forza più maturo, serio e apprezzabile degli altri (e amarlo non vi rende migliori.) Questo è un atteggiamento che ho notato spesso, negli anni: sembra che gradire squartamenti e stupri (non scordiamoci gli stupri, eh!) faccia sentire qualcuno molto intelligente. E ovviamente gli autori che scrivono questo tipo di storia sono migliori degli altri, perché un autore serio sgozza (e stupra) i suoi personaggi ogni due pagine.
Qui si entra nel campo dei gusti personali, certo, ma questa idea mi fa sorridere. L’abilità di un autore e la maturità di un testo (e dei sui lettori) si misura su ben altro: la storia ha una costruzione solida? Ha una sua coerenza interna? L’ambientazione, pur fantastica che sia, è verosimile e credibile? I personaggi hanno uno sviluppo psicologico sensato? I personaggi sono presentati in modo che al lettore importi qualcosa delle loro sorti? Lo stile è originale e coinvolgente? I temi, leggeri o pesanti che siano, sono inseriti in maniera sapiente nella narrazione e colpiscono a dovere il lettore?
Se una storia cupa e violenta risponde a tutte le domande precedenti, allora sì, è una buona storia, matura e ben scritta. Ma la durezza dell’ambientazione e degli eventi non è una caratteristica imprescindibile per la “maturità” di un testo. Ho letto storie di una delicatezza esemplare che però sapevano distruggerti il cuore come poco altro. Ho letto libri con dettagli di una crudeltà perfetta, senza che venisse versata una sola goccia di sangue (e senza stupri.) Ho letto frasi semplicissime ma inserite in maniera saggia, in modo da colpire in maniera indelebile il lettore.

3. Collegato al punto precedente: l‘idea che se un  personaggio è buono allora è irrealistico è un’idea stupida. Se non conoscete persone buone, nel mondo, il problema ce l’avete voi che avete dei contatti limitati con gli esseri umani, perché il mondo è pieno di gente che fa del suo meglio per non essere proprio stronza. Una storia dove tutti sono stronzi dal primo all’ultimo non è per forza più realistica di una dove c’è qualcuno che, con tutti i suoi difetti, tenta di fare scelte leggermente morali, a volte. Un mondo dove c’è solo sangue, morte e gente che riempie di mazzate i nemici (e stupra le loro donne, ovviamente), non è per forza più realistico di una storia dove c’è anche qualcuno che non prova tutto questo piacere nell’infilzare gente.
Se un autore decide di costruire così il suo mondo, riempiendolo di stronzi, è una sua scelta, e può anche funzionare. Se un lettore preferisce vicende e personaggi di questo genere, va benissimo! Ma non si può dire che queste siano “più realistiche” rispetto a un racconto che vede la presenza di personaggi più eroici. Semplicemente, sono storie diverse.

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Guardate come sorride questo cavaliere. Non è palesemente troppo buono per essere realistico?

4. L’idea che morte, torture, schiavitù e stupri siano una cosa soltanto del buio e crudele Medioevo è falsa, per vari motivi:
– Tutte queste cose esistono anche oggi. Nella vostra, città, probabilmente. Forse al piano di sotto dell’appartamento in cui abitate. Il mondo ha sempre fatto schifo e gli esseri umani sono pessimi, allora come ora. La differenza è che adesso abbiamo un concetto un po’ più chiaro dei diritti civili, l’istruzione pubblica gratuita e obbligatoria, e poco altro.
– Come ho già detto sopra, non tutto il Medioevo è stato un coacervo di violenza, mentre altre epoche considerate migliori hanno portato una scia di morte forse peggiore (vogliamo parlare delle guerre di religione in Europa nel ‘500 e nel ‘600? E il famoso Novantatre, l’anno del Terrore in Francia? Vogliamo parlare dei totalitarismi del Novecento? Vogliamo parlare di quello che sta succedendo adesso, in questo preciso momento mentre io scrivo e tu leggi questo post, in Siria o sulle coste della Libia?)

Chiudo dicendo che per me la libertà è uno dei valori fondamentali per l’umanità, quindi ognuno è davvero libero di leggere, scrivere e amare qualsiasi genere. La bellezza del fantasy è che offre storie per tutti i palati: da quelle più ingenue alle più terribili e violente, con cast differenziati, toni e atmosfere di ogni tipo e stili diversi che sanno coinvolgere in maniere diverse.
Però, per amore della Storia, della verità e di un po’ di umiltà personale, sarebbe bello che si fosse tutti più informati e meno dogmatici nel nostro amore.

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Amiamo tutti quel che ci pare senza sentirci superiori a nessuno e sorridiamo amabilmente, come fossimo degli amorevoli Playmobil!

 

“Torce nel diluvio” – Recensione

Titolo: Torce nel diluvio
Autore: Thomas Mazzantini
Editore: Self-published
Data di uscita: Dicembre 2016

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Leggo con curiosità e piacere molto fantasy italiano indipendente o pubblicato da piccoli editori, e spesso vi trovo qualità, fantasia e buone storie. E qualche volta incontro incontro libri di cui mi innamoro profondamente – come in questo caso.

“Torce nel diluvio” è di difficile collocazione, nella suddivisione in generi e sottogeneri del fantasy, e come spesso accade, questo è un bene, perché significa che è un’opera più preoccupata di raccontare la propria storia che di seguire regole o consuetudini. Direi che la si può piazzare da qualche parte tra la fantascienza e il distopico, giusto per rendere l’idea.
La narrazione si alterna tra passato e presente: quest’ultimo è cupo e drammatico, e segue le vicende di quel che resta della popolazione di un mondo devastato da un terribile diluvio. Nella città santa di Sirat si cerca di cavarsela come meglio si può, sfuggendo alle creature mostruose che la infestano e trovando accordi o scontri con i vari gruppi di sopravvissuti uniti per fare fronte alle difficoltà.
Il passato invece ci mostra lo stesso mondo una ventina di anni prima del cataclisma. In una società dominata dal fervore religioso nei confronti di due dispotiche divinità chiamate Monade e Vuoto, un gruppo di ragazzini farà una scoperta incredibile che cambierà per sempre le loro vite – e non solo.
Oltre a queste due narrazioni principali troviamo alcuni flashback che fanno capire come si sia giunti a determinate situazioni, e alcuni intermezzi narrati da una voce in prima persona.
L’alternanza tra passato e presente nella narrazione è ben costruita e scorrevole: il lettore non è mai confuso e riesce a destreggiarsi perfettamente in essa. E se inizialmente i collegamenti tra i vari tempi non sono chiari, quando si comincia a comprenderli vi giuro che si fanno dei bei salti sulla sedia.

Si viene trascinati all’interno della storia da una scrittura ottima, capace di delineare ogni dettaglio del mondo, riprodotto in maniera estremamente realistica: lo vediamo, lo ascoltiamo, ne percepiamo gli odori e le sensazioni, siamo davvero al centro dell’azione e al fianco di ogni personaggio.
I personaggi sono uno dei punti di forza: l’autore è capace di renderti immediatamente interessato alle loro sorti, cosa non semplice. Molti romanzi che ho apprezzato per le idee o per la scrittura alla fine non sono riusciti a coinvolgermi a livello di personaggi. Qui invece mi hanno incuriosita fin dal loro ingresso in scena, e alla fine tifavo appassionatamente per loro, perché la loro storia avesse un bel finale. (Ho un amore particolare per Grace, forse il personaggio che ha il migliore sviluppo tra tutti, e per Lara – non si può non amare Lara!)
L’altro punto di forza è la costruzione della vicenda: la solida struttura narrativa con i suoi salti temporali ha i tempi e i ritmi giusti. Ogni cosa succede al momento opportuno e il crescendo della parte finale del romanzo è ben servito al lettore, che non può far altro che seguire gli eventi, trattenere il fiato, sentirsi prima minuscolo e poi potentissimo, come i protagonisti, fino al finale perfetto.

Un’ultima nota personale: nel romanzo sono presenti temi e simbolismi che io amo alla folia, quindi ho apprezzato “Torce nel diluvio” anche per questo, oltre che per i suoi meriti oggettivi. L’opposizione tra enormi forze esterne e minuscoli esseri umani è una cosa che regolarmente mi incanta, mi entusiasma e mi commuove (ci ho scritto anch’io moltissimo, al riguardo, ed è al centro del mio romanzo “Il negoziato del numero 47”.) Così come le ambientazioni post-apocalittiche: non ne ho mai abbastanza, e mi affascina vedere come ogni autore è capace di reinventare quel tipo di mondo. E poi l’acqua, la religione e il suo influsso sulle persone, le bande improbabili di sopravvissuti, la ribellione… Tutti temi che mi sono molto cari.

Mi sento di consigliare questo romanzo a ogni tipo di lettore, non solo a chi ama i generi nei quali può essere inserito. Vi farà fare una belle esperienza di lettura, e se siete autori o aspiranti tali, potrà veramente insegnarvi qualcosa su come si costruisce una buona storia con dei personaggi che restano nel cuore del lettore.

Tutto è divertente

Se c’è una parola odiata e temuta, pronunciata con timore e con orrore, considerata come il peggiore degli insulti e sputata con disprezzo sulle opere che si considerano inferiori, è “intrattenimento”.
“Che ti aspettavi? Del resto, è un film di intrattenimento.” “Per essere un libro di intrattenimento non è poi così male.”
L’intrattenimento è il male, dunque. Le opere impegnate, rilevanti, di valore, sono altre, e sono tutte immensamente serie e soprattutto non intrattengono.
No?
No.

C’è questa bizzarra idea, assai diffusa, soprattutto tra quelli che ci tengono a separare la letteratura o il cinema “di un certo livello” dalla robaccia “di genere”, che se un prodotto creativo mira a intrattenere, allora questo prodotto vale poco. Come se divertire il fruitore significasse togliere valore all’opera.
Personalmente, mi sembra una prospettiva sterile e presuntuosa, nata da un malsano desiderio di etichettare tutto e dividere la creatività in “buona” e “cattiva” – per scegliere quella “buona” e sentirsi migliori.

Ogni opera ci dà cose diverse, ci nutre a livelli differenti: ci sono quelle che stimolano l’immaginazione, quelle che scatenano riflessioni, quelle che ti mettono a confronto con te stesso, quelle che ti cambiano totalmente la prospettiva sul mondo, quelle che semplicemente ti fanno passare del tempo sereno. Ogni opera ha i suoi obiettivi e se li raggiunge è un’opera completa e funzionante. Non sempre abbiamo bisogno dello stesso nutrimento. Ci sono di sicuro prodotti che ci arricchiscono più di altri, ma questo non significa che a volte non necessitiamo di godere di qualcosa di più semplice. E anche nelle opere che ci richiedono più sforzo possiamo comunque trovare del divertimento.
Un film di supereroi è di più facile fruizione rispetto a un film drammatico, pensato apposta per un pubblico adulto? Molto bene. Non vedo perché si dovrebbe sminiure o giudicare chi apprezza il primo, così come non vedo perché uno spettatore non dovrebbe comunque provare piacere e divertimento nell’approcciarsi al secondo. Ripeto: abbiamo bisogno di nutrimento sempre diverso.

Inoltre, se penso alle opere considerate “serie” o ai classici della letteratura che ho amato, devo ammettere che mi hanno sempre divertita molto. Magari non è stato un divertimento facile. Magari mi hanno richiesto impegno, sforzo, concentrazione, ma mi hanno dato moltissime cose in cambio, e tra queste c’era anche dell’autentico intrattenimento.
Mi ha intrattenuta “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco che, dicono, pare sia il libro più abbandonato dai lettori italiani. Io l’ho finito piuttosto agevolmente e l’ho amato molto, anche quando mi ha richiesto un po’ di sforzo per proseguire. Mi ha arricchita, stupita e conquistata, e mi ha dato anche la mia buona dose di divertimento.
Mi ha intrattenuta “I Miserabili” di Victor Hugo – va bene, ammetto di aver letto molto velocemente gli interminabili capitoli su Waterloo e sulle fogne di Parigi, ma a parte ciò, l’ho amato profondamente e mi sono sentita appagata e divertita, nel leggerlo.
Mi ha intrattenuta “Gita al faro” di Virginia Woolf, con quella costante sensazione di aver bisogno di afferrare ogni singola frase, ogni espressione perfetta, per il desiderio di conservarla, di imprimerla per sempre tra i ricordi.
Mi ha intrattenuta “La strada” di Cormac McCarthy (per citare uno degli autori contemporanei che vanno più di moda tra coloro che odiano l’intrattenimento.) Con il suo mondo terribile, la sua devastazione post-apocalittica e la sua disperata ricerca di un ultimo briciolo di umanità nella distruzione di tutto, questo libro è stato piacevole da leggere. C’è piacere anche in mezzo all’angoscia e all’orrore, quando questi sono letterari.

Potrei andare avanti con questa lista per sempre. Il punto è che essere intrattenuti da un’opera non è un male.

Insomma, per me “intrattenimento” è una parola chiave, e ha sempre un’accezione positiva. Essere intrattenuti significa passare del tempo piacevole. Mi sembra una delle cose migliori che ci possano capitare, passare del tempo piacevole.

fine del mondo
La Compagnia dell’Orsa di Reggello (FI), nella quale recito anch’io, durante la messa in scena dell’opera teatrale “La fine del mondo” di Jura Soyfer. Uno dei più splendidi esempi di come si possa intrattenere (e far morire dal ridere) dando al tempo stesso delle mazzate possenti allo spettatore (soprattutto in questa magnifica messa in scena, con la regia di Simona Gonnelli, Fabio Mazzuoli e Gianna Mancini.)