Evasi vs disertori

Fin da quando questo blog era solo un vago progetto sapevo con cosa avrei cominciato: con un’apologia del fantastico.
Cercherò di evitare di ripetere concetti che gente più intelligente di me ha già espresso molto meglio di me, e partirò dall’esperienza personale.

Quando avevo sette anni, una persona adulta che aveva un certo rilievo nella mia vita fece presente ai miei genitori, in seguito alla lettura di un mio tema, che avevo sicuramente qualche problema nel mio rapporto con la realtà. Il tema incriminato era il classico “Racconta la tua domenica”. La mia domenica era stata vuota di eventi, ma durante quella giornata avevo inventato una storia (avevo giocato una storia, interpretando tutti i personaggi, come spesso facevo), quindi avevo pensato che raccontare quella storia potesse essere un buon modo per svolgere il tema, ovviamente motivando la mia scelta. Anche perché, o era quello, o la lista delle pietanze del pranzo.
La cosa però fu presa da qualcuno come un chiaro segno di una mia dissociazione dalla realtà: “Non sa distinguere la fantasia da ciò che è vero.”
I miei genitori parlarono con me di questa preoccupazione, capirono dopo due millisecondi che era una stronzata e mi dissero di continuare a giocare come preferivo.

Questo episodio mi insegnò tre cose: a non fidarmi degli adulti, a non scrivere nei temi le cose importanti e a considerare i mondi che prendevano vita nella mia testa come qualcosa di cui era bene non parlare con nessuno.

Quando ti crei una prigione, poi ci vuole moltissimo tempo a venirne fuori. Non ho mai smesso di scrivere e progettare storie, ma ho dato per scontato che “non fosse il caso” di esternarlo, almeno fino ai primi anni di università. Non voglio dare tutta la colpa a quell’adulto zelante, che nella sua chiusura mentale pensava di farmi un favore. Ma quando ho ricominciato a dire al mondo che il fantastico era una parte profondissima della mia vita, mi sono resa conto di come, negli anni, avessi involontariamente assorbito anch’io quell’idea per cui la fantasia è roba da bambini e un sano distacco da essa è una tappa necessaria alla crescita.
Sono cresciuta come una nerd in un’epoca in cui determinate passioni erano veramente rarissime (i miei primi amici nerd li ho avuti intorno ai ventun’anni, grazie ai forum online. Poi il tempo è passato e anche i miei vecchi amici hanno acquistato qualche sfumatura di nerd, ma è stato tanti anni dopo.)
Insomma, le cose erano ben diverse da oggi, dove è perfettamente normale anche per lo spettatore “non addetto ai lavori” andare a vedere l’ultimo della Marvel o il nuovo Star Wars.

Quando tutto il mondo ti dice che le tue passioni e le tue inclinazioni denotano un tuo pericoloso infantilismo, ma tu sei convinto che ci sia di più, in ciò che ti spinge a leggere, scrivere e immaginare, serve qualcosa o qualcuno che ti riconcili con te stesso.
Nel mio caso, sono state alcune persone, adulte e ancora amanti del fantastico, le prime a farmi mettere in dubbio ciò che percepivo dalla cultura che mi circondava (prima o poi scriverò ancora, e nel dettaglio, di come la cultura italiana in particolar modo abbia avuto per anni un’idea molto distorta del fantastico, e in parte ce l’abbia ancora.)

Quella che potrei chiamare la mia “epifania” definitiva sulla questione, però, giunse quando avevo diciannove anni, grazie a uno dei patroni assoluti dei nerd, ovvero J. R. R. Tolkien. Il vecchio Professore, non pago di avermi rovinato la vita (ho letto “Lo Hobbit” a nove anni. Nessuna altra storiellina edificante sugli animaletti del bosco propinata a scuola ha mai più avuto sapore, dopo quel libro), mi disse:

“[Le fiabe] oggi costituiscono una delle più ovvie e, agli occhi di certi, più oltraggiose forme di letteratura «di evasione»; ed è pertanto opportuno aggiungere, a una considerazione su di esse, alcune osservazioni sul termine «evasione» quale è usato generalmente dalla critica.
Ho affermato che l’Evasione costituisce una delle principali funzioni delle fiabe, e poiché non le disapprovo, è evidente che respingo il tono sprezzante o compassionevole che connota tanto spesso, oggi, il termine. […]
In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale, l’Evasione è chiaramente, di regola, molto positiva e può persino essere eroica. […] Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo puà vedere.
Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata, e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore.”

(“Sulle fiabe”, contenuto in “Albero e foglia”, ed. Bompiani del 2000 tradotta da F. saba Sardi)

Questo è un passaggio famoso, e se siete interessati al fantastico è probabile che conosciate già questa opposizione tra evasi e disertori che secondo me centra benissimo il problema.
Certo, si può vivere la fantasia come una fuga vigliacca dalla realtà. Ma questo non vale solo per essa: milioni di cose possono rappresentare una fuga, se vissute come ossessioni o assoluti a cui ci si dedica per non guardare in faccia noi stessi (il lavoro, il calcio, la religione, un hobby, persino una relazione.)
Ma se l’immaginazione diventa il motore che ti solleva dal buio dell’esistenza e ti lancia nello spazio della tua libertà, allora è qualcosa di sacro e necessario.
Per la me stessa di allora, fu come se un adulto (anche lui con un certo rilievo nella mia vita) fosse venuto da me, con la sua saggezza (non millantata ma vera) e mi avesse detto: “Vai tranquilla, perditi nel fantastico quanto vuoi, non significa che stai cercando di scappare dalla vita così com’è, mai stai cercando una tua libertà interiore in un mondo che non è gentile con nessuno.”

Non so dove arriverà questo blog né quanto andrà avanti, ma spero di poter condividere un po’ di strada con voi e dimostrarvi che tutto questo è vero. L’immaginazione ha una potenza magnifica che è capace di infiammare le nostre esistenze e darci la forza di alzarci in piedi di fronte alla realtà e affrontarla, senza venire devastati da essa – cosa che capita spesso.

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Il riso e l’amore sono in tutte le cose: le Cattedrali,
costruite in un tempo in cui si amava Dio, sono piene di
bestemmie grottesche; la madre non cessa di ridere del
suo bambino, l’amante dell’amante, la moglie del marito,
e l’amico dell’amico.
Auberon Quin, noi siamo rimasti
separati per troppo tempo: venite, partiamo
insieme. Voi avete un’alabarda, e io ho una spada:
 partiamo per i nostri viaggi attraverso il mondo, giacchè
di esso siamo gli elementi essenziali.
(G. K. Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill)