Io, Luna e il gender

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Quando avevo tre anni mi fu regalato un unicorno bianco, con la criniera e la coda fucsia. Me lo donò un amico di famiglia, quello che mi ha sempre fatto i regali migliori (tipo Lo Hobbit quando ero in terza elementare.) Anche quella volta, con l’unicorno, ci indovinò in pieno: diventò uno dei miei giocattoli preferiti, di quelli che ti porti sempre dietro e che ami con una devozione assoluta.
Chiamai l’unicorno Luna, con la consapevolezza che fosse un maschio. Mi sembrava un nome adatto a lui, e non trovavo strano che un maschio avesse i capelli fucsia. Crescendo, è sempre rimasto maschio, anche quando, all’epoca delle elementari, venni inglobata, come tutti i bambini, nel magico mondo del marketing, che divide i giocattoli per genere e soprattutto per colore: quando in un negozio di giochi cominci a vedere del fucsia, allora sei nel reparto femmine. Luna rimase un maschio per tutto il tempo in cui ci giocai (fino agli 11 anni, credo), poi fu posto con la solita devozione su uno scaffale della mia libreria. Da quando vivo da sola, abita nella mia colorata vetrina piena di Playmobil, action figures e altre cose inutili che ti rendono felice.

Perché parto da Luna? Perché è stato il primo momento della mia vita in cui, senza sapere bene come e perché, ho rifiutato le regole non scritte che costruiscono attorno a noi l’armatura del genere. Luna è stato il primo passo su una strada molto lunga e tortuosa.

Mia mamma sapeva che quell’unicorno si chiamava Luna e aveva tutto il mio amore, ma non so se avesse capito che era un maschio, anche se sospetto di sì. Comunque, non mi disse mai niente del tipo: “Ma no, amore, questo è un nome da femmina!” o “Ma ha i capelli rosa, non può essere un maschio!” Purtroppo conosco genitori che l’avrebbero fatto. A lei non è mai importato niente.
I miei genitori non si sono mai posti contro quell’educazione che divide severamente le “cose da maschio” e le “cose da femmina”. Però erano persone che hanno sempre vissuto in un modo tale che io questa cosa l’ho capita da sola.
Mia madre è una delle persone più attive che conosca. Fa l’insegnante e si dedica al volontariato. Riesce a occuparsi di una quantità incredibile di bisogni e situazioni. Ha molti tratti tipici del leader, un ruolo che la nostra cultura spesso attribuisce agli uomini. Non solo: prima di decidere di fare l’insegnante di religione ha studiato Biologia – e guardate che l’idea che siano gli uomini, quelli portati per le scienze, è dura a morire ancora oggi. Insomma, se ho respirato l’idea che una donna può essere un leader e una persona d’azione, di sicuro è perché ne vedevo una così nella mia quotidianità.
Mio padre, invece, è uno dei motivi per cui sono una nerd: è lui che mi ha iniziato a capolavori come Star Wars, Indiana Jones, I Goonies, i film di fantascienza. Non ha mai fatto una piega quando preferivo mostri e combattimenti alle principesse (anche se amavo pure le principesse), né si è preoccupato quando mi vedeva giocare prevalentemente ai pirati o ai cavalieri. Anzi, ha sempre stimolato la mia fantasia, in qualunque direzione volesse andare. Inoltre non ho mai sentito mezza battuta cretina sulle donne dalla sua bocca, né ha mai ripetuto pregiudizi, frasi antiquate o sciocchezze denigratorie. Soprattutto, non ha mai messo in dubbio il fatto che io potessi fare qualsiasi cosa volessi della mia vita.

La via che parte da Luna e prosegue con i miei genitori passa da tante tappe fondamentali. Una di esse è Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno, il libro che a tredici anni mia ha insegnato il femminismo. È stato pubblicato nel 1973 ma temo che sia ancora molto attuale. La storia è semplice e geniale: la Terra ha un gemellaggio con il pianeta Deneb e i bambini di questo mondo possono partecipare a una sorta di scambio culturale, per cui vivranno dieci anni in una famiglia terrestre. Piccolo problema: i bambini di Deneb sviluppano il sesso in adolescenza, quindi quando Mo, il protagonista, arriva sulla Terra, la famiglia che lo accoglie va nel panico, non sapendo di che sesso sia. Una serie di “indizi” fanno decidere alla famiglia che Mo è maschio, e cominciano a trattarlo di conseguenza. Quando una successiva analisi del sangue più approfondita rivela che in realtà è una femmina, tutto cambia, e Mo comincia a sperimentare quanto sia più repressiva e assurda l’educazione data alle bambine.

Tra le tante cose che mi rimasero impresse di quel libro ce ne fu una: l’idea che una donna che si traveste da uomo (per gioco, per una festa o simili) è tutto sommato accettata, mentre un uomo che si traveste da donna è visto in maniera molto più negativa, come se avesse fatto qualcosa che lo svaluta, che gli toglie dignità.

E qui arriviamo a un altro grande argomento: il travestimento. Il travestimento, in qualunque sua forma, è sempre stato e sarà sempre qualcosa che fa parte di me in maniera molto profonda. È la voglia di giocare con i colori, con le forme, con le mode, con gli stili, con i dettagli, con i personaggi. Con le regole. (Ho scritto post sul Carnevale e sul senso della maschera per me, se volete approfondire e immergervi nel mio amore per il travestimento.)
Mi piacciono i costumi arrangiati per Carnevale e per Halloween, mi piace il cosplay, mi piace il gioco che richiede il travestimento, vado fuori di testa per le costumerie teatrali. E naturalmente, ho sempre amato tutto ciò che porta a giocare anche con le regole del genere. Per esempio, per me cose come il teatro, il gioco di ruolo o il cosplay devono essere le terre della libertà assoluta. Se una persona vuole interpretare un personaggio di sesso opposto al suo, deve poterlo fare. Che sia per ottenere un certo effetto o solo perché ama quel personaggio, che lo faccia per sfida, per divertimento o perché desidera provare a mettersi nei panni di qualcuno radicalmente diverso, non solo non c’è niente di male, nel farlo, ma anzi: è una cosa incredibilmente sana e può insegnare molto.
Eppure, come diceva nel suo libro la Pitzorno, non è così scontato. Per qualcuno è quasi una vergogna. Soprattutto per un maschio travestirsi da femmina o interpretare un personaggio femminile. Perché la nostra cultura occidentale è ancora impregnata di forme di maschilismo, spesso subdole o non subito visibili, ma che ancora permangono e danneggiano tutti, maschi e femmine.

Io non ho amato particolarmente il film Disney Frozen, ma il personaggio di Elsa ha un merito incredibile: è stato apprezzato così tanto sia dai maschi che dalle femmine, tanto da spingere i bambini a voler essere lei, nei loro giochi, o a volersi travestire da lei. Guardate che è una cosa rivoluzionaria, in una cultura in cui ancora tra maschi si usa femminuccia come insulto. È il sapersi mettere nei panni di una donna senza che questo sembri vergognoso. Ho visto con i miei occhi bimbi maschi litigarsi il ruolo di Elsa, e vi giuro che stavo per commuovermi.

Dunque, Luna, i miei genitori, il travestimento. Da qui, vado avanti veloce e cito un po’ di cose. L’androginia di Brian Molko dei Placebo. I capelli prima cortissimi e poi lunghissimi (per me sono stati un modo di sfidare il genere.) La passione per le cravatte. La mia tesi di laurea triennale in Letterature Comparate con approfondimento sui gender studies. Giocare, scrivere e interpretare personaggi maschili, femminili, transessuali, non-binary, gendefluid, genderqueer…

Più importante di tutto però è stato l’incontro con altre persone, l’ascolto delle loro esperienze, il confronto rispettoso, il silenzioso imparare, l’educarmi grazie a loro e insieme a loro a quella realtà che già avevo intuito e che volevo comprendere in pienezza.

E così via, la strada va avanti.

Se la natura scrive su di noi il sesso biologico, la cultura ci veste secondo le regole del genere. E contro quelle possiamo ribellarci, quando diventano prigioni.
Viviamo in una cultura che usa ancora molto di ciò che è considerato femminile come qualcosa da svilire. Una cultura che vede come una cosa negativa che gli uomini siano teneri tra di sé, o siano capaci di esprimere i propri sentimenti. Che ancora categorizza determinate cose come “da maschio” (forza, coraggio, leadership, affidabilità) e “da donna” (bellezza, dolcezza, accoglienza, cura degli altri, cura della famiglia e della casa.) Che stigmatizza le persone che scelgono percorsi diversi dal pensiero comune (uomini che vogliono fare i padri a tempo pieno, donne che scelgono consapevolmente non avere figli, …) Che ride, ride e ride in maniera sempre più becera e crudele di ogni corpo che non si conforma a una norma imposta (il più delle volte dal marketing.) Che scambia tradizioni e usanze assodate per leggi immutabili incise nella pietra o nel DNA.

Ecco, allora giocare con tutto quello che è culturalmente “maschile” e “femminile”, scoprire che tra questi due poli c’è un mare immenso di possibilità, ribaltare i ruoli per liberarsi dalle catene, riappropriarsi del proprio spazio e della propria interiorità, trovare la propria identità senza compromessi con il mondo: tutto questo è una rivoluzione indispensabile per la felicità di ognuno.

La mia è iniziata tanti anni fa, e per fortuna, nonostante abbia avuto il suo bel carico di sofferenza, ha avuto degli alleati importanti: i miei genitori, Bianca Pitzorno, i libri, la musica, il teatro, la creatività in tutte le sue forme.

E Luna, naturalmente.

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I miei Playmobil vi invitano a leggere “Questioni di genere” di Raewyn Connell (Il Mulino), uno dei testi più ampi, chiari ed esaurienti che abbia letto sulla questione complessa e importante dell’identità di genere.
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Il mondo al contrario

Oggi è il Martedì Grasso, l’ultimo giorno (e il più importante) della festa di Carnevale. Conosciuto a partire dal Medioevo, ma con origini che si perdono e si frammentano in tante feste antiche basate su concetti simili, il Carnevale si prefigge di regalare una manciata di giorni di festa, cibo e sovversione delle regole prima che la rigida Quaresima (il periodo di penitenza e purficazione prima di Pasqua) arrivi a rimettere in riga la società.
La tradizione vuole che durante il Carnevale ci si travesta. Si perde la propria identità per gioco, rubandone un’altra, spesso grottesca o assurda o ridicola. Alla maschera si unisce spesso il concetto dello scherzo, lo sberleffo irriverente, il riso tagliente che non risparmia nessuno. Questo era vero in passato e permane oggi in alcuni Carnevali storici, con i carri allegorici, veri e propri capolavori di artigianato e di satira.
Insomma, il Carnevale porta con sé la pretesa ribelle di ricreare per qualche giorno una società completamente nuova e folle, dove le leggi del mondo sono tutte al contrario, l’autorità è sbeffeggiata e la morale completamente dimenticata. Poi ci penserà la Quaresima a far tornare tutto come prima. Nel frattempo, su la maschera, e balliamo.

Mi piacerebbe scrivere un post di studio serio sulle origini e sull’essenza del Carnevale, ma oggi mi limiterò a qualche suggestione e alla mia esperienza.
Non so perché il travestimento mi abbia sempre affascinata, né perché ogni volta che vedo un guizzo di stoffa colorata, un accessorio teatrale, il lembo di un mantello o l’angolo di una maschera, io avverta un’emozione così profonda. Se fossi un tipo nostalgico attribuirei questi sentimenti all’infanzia, e ai bei Carnevali vissuti allora. Ma non sono un tipo nostalgico, e comunque non credo che la risposta sia solo da ricercare nei ricordi.
E allora?
Perché le costumerie teatrali mi fanno venire i brividi? Perché sono caduta in pieno nel baratro del cosplay, dal quale spero di non uscire mai? Perché, a quasi trentacinque anni, continuo a festeggiare il Carnevale, imperterrita, ignorando il fatto che probabilmente ho trent’anni di troppo per essere socialmente accettata come un’appassionata di maschere e costumi?

Forse può aiutarmi l’essenza del Carnevale di cui scrivevo all’inizio: la sovversione delle regole del mondo, la possibilità di riscrivere, per un poco, la realtà stessa. Questo aspetto mi affascina e mi stimola, e fa parte profondamente di me.
Inoltre c’è anche l’amore per il costume in sé: creare un abito o un accessorio, scegliere i materiali adatti, ricreare un modello esistente, trovare il modo più efficace di rendere un certo effetto, sono tutte cose che ho sempre amato moltissimo (soprattutto da quando le faccio insieme a un gruppo di persone che condivide con me questo amore.) Insomma, l’aspetto dell’artigianato non è assolutamente secondario, quando penso alla mia passione per il travestimento.
Ma il punto centrale probabilmente è un altro. Io credo fermamente che spesso la maschera possa essere capace di rivelare al mondo quello che veramente siamo.
E qui vado controcorrente rispetto alla retorica che vuole la maschera come allegoria del nascondersi, del celare il nostro verio io, dell’ipocrisia di chi mostra una falsa faccia al mondo. La maschera del Carnevale, del gioco o del teatro è tutt’altro. Si tratta di un vestire i panni di qualcun altro che però, in qualche modo, esalta il nostro vero essere. Nel travestimento emergono la nostra immaginazione, la nostra abilità, la nostra capacità di interpretare e di giocare (giocare è una delle mie parole preferite, sì.) Tutto diventa un eterno teatro, sul palco del quale dobbiamo tirare fuori quello che siamo nel modo più vivo, colorato e poliedrico possibile.

Esistono maschere che ci nascondono e altre che ci rivelano più di mille parole. Io queste ultime le amo profondamente e continuerò a difenderle e a indossarle fino alla fine. A Carnevale, durante le fiere del fumetto, per Halloween, sul palco di un teatro e in qualsiasi occasione in cui ci sia una scusa per travestirsi.

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Testimonianze antiche e recenti che dimostrano quanto scritto sopra. Io a dieci anni nei panni di Belle da “La Bella e la Bestia”, e accanto io nel 2014 in cosplay da Esmeralda da “Il gobbo di Notre Dame”. (Foto editate da Shu)

 

Avete ancora voglia di parlare di costumi e travestimenti?