Tutto è politico

Ho iniziato il mio percorso di avventuriera del web intorno al 2000 e da allora non ho mai smesso di esplorare terre di ogni genere, alla ricerca di pareri interessanti su tutto ciò che è arte, letteratura, musica, creatività e immaginazione. E fin da allora c’è un tipo di commento che mi ha sempre lasciata profondamente perplessa. Negli ultimi anni mi sembra di aver riscontrato un aumento vertiginoso di questo genere di opinione, ma vi giuro che sono incappata numerose volte in questa obiezione ormai da anni.
Si tratta di un’opinione con la quale non potrei essere più in disaccordo.

Il commento che da 18 anni mi fa sgranare gli occhi e scuotere la testa è il seguente:

“La politica dovrebbe rimanere fuori dalle opere d’intrattenimento.”

Che poi si può declinare in mille altri modi:

  • “Un artista dovrebbe limitarti a fare arte e non dovrebbe imporre le sue idee politiche al fruitore della sua arte.”
  • “Determinate scelte all’interno di un’opera sono dettate solo dalla politica.” (su questa cosa scriverò presto in maniera più approfondita.)
  • “La presenza di [inserire tematica a scelta] nella determinata opera rovina quest’ultima, perché immette l’attualità in un mondo di fantasia.”

Potrei andare avanti, ma mi fermerò qui per fare degli esempi che chiariscano perché, secondo me, questa pretesa che l’arte e la politica siano distinte è a) una sciocchezza e b) impossibile da realizzare.

1. Nel 2015 è uscito Star Wars – Aftermath, il primo romanzo di una trilogia che racconta cos’è accaduto nella galassia al centro delle vicende di Star Wars dopo la fine dell’Episodio VI. Questo primo volume segue le vicende di un gruppetto di ribelli con una missione da compiere, e mostra sprazzi della fine dell’Impero, raccontando com’è ripresa la vita sui vari pianeti, oppure come le forze sconfitte abbiano comunque cercato di mantenere il potere fino all’ultimo momento. Il romanzo è stato scritto da Chuck Wendig. Io non ho mai seguito l’Universo Espanso di Star Wars (il vecchio canone), né avevo particolare desiderio di approfondire quello nuovo, ma apprezzo molto Wendig come autore, così ho letto Aftermath. L’ho trovato piacevole, con una storia principale carina ma non eccelsa e dei personaggi discreti. I capitoli che mostrano la vita nella galassia che cerca di liberarsi delle ultime tracce dell’Impero, invece, li ho amati molto.
Questo libro ha raccolto immediatamente schiere di detrattori. Su coloro a cui il libro non è piaciuto per motivi legittimi (lo stile di Wendig è particolare, e forse in questo libro non è sempre brillante come in altre sue opere), non ho niente da dire.
I detrattori che mi interessano sono quelli che hanno aggredito il libro perché “nel mondo di Star Wars non c’è posto per le idee politiche dell’autore!”
A parte che la politica in generale è uno dei temi basilari di Star Wars. Il punto però è un altro: sapete qual era la presunta imposizione delle idee politiche dell’autore? La presenza di alcuni personaggi omosessuali. “Nel mondo di Star Wars non c’è bisogno di parlare di queste cose”, dicevano alcune recensioni distruttive a proposito del libro (l’autore stesso ne parlò nel suo blog.)
Questo scaturisce una domanda, che non sono certo stata l’unica a pormi: in un mondo dove ci sono gli alieni ed è perfettamente normale, perché non dovrebbe esserci un personaggio omosessuale? In un’ambientazione che celebra la varietà e la molteplicità dell’esistenza, cosa c’è di strano in questo?
Non sarà che l’obiezione ne nasconde un’altra, e cioè: “L’autore ha scritto una cosa che non piace a me, e quindi non va bene”?
Ma facciamo un altro passo avanti. Chuck Wendig è sempre molto attivo sul fronte della lotta per i diritti di tutti, e usa, a mio avviso, in maniera saggia l’autorità che gli viene dal fatto di essere un personaggio pubblico, facendosi portavoce di temi che reputa importanti. Ammettiamo che abbia deciso di inserire un personaggio gay non solo perché questa caratteristica gli si addiceva (a sostegno di questa tesi vorrei dire che io ho trovato Sinjir il più funzionante tra i personaggi del romanzo.) Ammettiamo che abbia voluto un personaggio omosessuale anche perché ritiene l’omosessualità la cosa più normale del mondo, e sentiva la necessità di dare questo messaggio ai suoi lettori.
Non aveva pienamente il diritto di farlo?
Esattamente, cosa c’è di diverso dalle scelte che fanno, ogni giorno, milioni di creativi sulla faccia della Terra, che riempiono del proprio credo, dei propri valori e delle proprie visioni qualunque tipo di arte stiano realizzando?
Se la scelta di Wendig è politica, allora mi dispiace darvi una brutta notizia: la politica è dappertutto. Non è possibile fare arte senza che una fetta consistente della nostra visione del mondo ci scivoli dentro. E questa è la verità.

2. Per capire il secondo esempio, devo spiegarvi in tre righe cos’è il fenomeno Hamilton. Si tratta di un musical rap su uno dei Padri Fondatori d’America, andato in scena per la prima volta nel 2015. Se state sorridendo a questa menzione, sapete di cosa sto parlando. Se state sgranando gli occhi alle parole rap e Padri Fondatori nella stessa frase, credetemi: per folle che possa sembrare, il musical funziona. In molti (tra questi molti ci sono anch’io) lo reputano geniale. Un giorno ve ne parlerò diffusamente. Per il momento mi limito a dirvi due o tre cose importanti: è stato scritto da Lin-Manuel Miranda, un newyorkese di origini portoricane e il cast è per la maggior parte composto da attori neri, latini o asiatici. Volutamente, perché questa è “l’America di oggi che racconta l’America di ieri”, per citare lo stesso autore. Nel ritratto (interessante e non agiografico) che il musical fa di Alexander Hamilton entrano in gioco tanti temi che fanno luce sull’anima dell’America contemporanea, insieme a tematiche universali: l’affermazione personale, il desiderio di lasciare un’eredità significativa, la libertà.
Alla fine del 2016. il vice-presiente appena eletto Mike Pence andò a vedere lo spettacolo a Broadway. Il cast, con l’approvazione di tutto il team creativo dell’opera, autore compreso, rivolse un breve saluto al vice-presidente, il cui cuore era questo: abbiamo paura che il nuovo governo non si prenda a cuore i diritti di tutti, fate che non sia così.
Vi lascio immaginare il caos successivo a questa vicenda (in fondo al post c’è il link a un video della scena.) In molti, moltissimi (presidente compreso) si dissero offesi dal discorso, perché “la politica deve stare fuori dai teatri.”
Sì, avete capito bene: “la politica deve stare fuori dai teatri”, detto in riferimento a un’opera che parla di politica, che riscrive con una prospettiva particolare un pezzo della storia americana e che propaganda il concetto di integrazione fin dal primo istante in cui il cast compare sul palco.
Certo, si potrebbe obiettare che quel messaggio finale era fuori dall’opera, e non parte integrante del contenuto artistico in sé. Ma un musical che dice, in uno dei momenti più tesi e commoventi (il brano “The world was wide enough”):

“Legacy. What is a legacy?
It’s planting seeds in a garden you never get to see
I wrote some notes at the beginning of a song someone will sing for me
America, you great unfinished symphony, you sent for me
You let me make a difference
A place where even orphan immigrants
Can leave their fingerprints and rise up”

è già un’opera che porta in sé lo stesso identico messaggio letto da uno degli attori al termine della performance.

No, la politica non deve e non può stare fuori dai teatri, dai libri fantasy, dai film, dalla musica o da qualsiasi altra forma d’arte. Per il semplice motivo che c’è sempre stata. La verità è che tutto è politico, soprattutto nell’arte.

Cito dal Vocabolario Treccani:

“Politico:

3. Per estens., che si riferisce al vivere civile, alla vita associata, spec. con riferimento alle norme che la regolano; con uso sostantivato di valore neutro, il politico, la sfera pubblica, l’ambito sociale di un individuo (soprattutto in contrapp. all’ambito personale e privato).
4. Nell’uso letter., che partecipa alla vita sociale e civile (in questo senso riprende uno dei sign. che il termine aveva in greco): l’uomo è un animale p., traduz. della frase aristotelica ἄνϑρωποςζον πολιτικόν.”

Ripeto: nell’arte, tutto è politico. Anche la fanfiction che abbiamo scritto a tredici anni sui nostri personaggi preferiti di un manga romantico. Anche la canzoncina che abbiamo inventato per i nostri alunni di terza elementare. Anche il film horror amatoriale che abbiamo girato nel cortile di casa.
Tutto è politico perché noi siamo creature intrinsecamente politiche: viviamo nel mondo, ne siamo parte (indipendentemente da quanto ci piaccia e quanto ci interagiamo), e non è pensabile che siamo in grado di creare qualcosa che esuli completamente dal nostro pensiero.
Pezzi della nostra visione del mondo emergono in modo più o meno conscio in tutto quello che inventiamo. Anche la scelta di una singola parola invece che un’altra può avere un significato profondamente politico.

(Qualche giorno fa ho intavolato una discussione con una delle mie fedeli beta reader: se in un romanzo fantasy uso il termine colonia, riferendomi a una situazione analoga a quella della Magna Grecia, cioè un popolo che va a fondare città in luoghi disabitati, con l’intento di diffondere la propria cultura, non rischio invece di riportare alla mente del lettore un altro tipo di colonia e di colonialismo, e cioè, per esempio, quello europeo, crudele e distruttivo, che ha devastato il mondo dal XVI secolo in poi?
Era una parola. Ci ho pensato per giorni. Ho avuto bisogno di discuterne. Non ho ancora preso una decisione definitiva. Una parola – ma una parola basta. Le parole le assorbiamo con la cultura che ci circonda. C’è tanto, in quelle parole, e non dovremmo mai darle per scontate. Capire il nostro vocabolario personale è un’attività di auto-analisi molto interessante, che può portarci davvero a una miglior comprensione di noi e di come l’ambiente attorno a noi ci trasforma. Perché anche questo fa parte dell’aspetto politico di ognuno di noi.)

In conclusione: la politica e l’attualità dovrebbero stare fuori dall’arte? No, perché ci sono già, anche quando non le vedi. L’unica cosa da fare, se la loro presenza ti irrita, è chiederti perché. E meditare sulla risposta.

Grazie per essere arrivati fino a qui: è stata lunga ma ce l’avete fatta. Tornerò a parlare di questo argomento, in futuro.

Se volete documentarvi su quello che ho raccontato:

Chuck Wendig e il suo sito. (Leggete la serie di Miriam Black, è stupenda.)
Yorktown, uno dei pezzi di “Hamilton”, qui nella versione live messa in scena ai Tony Awards del 2016, con un’introduzione illustre che spiega molto bene l’idea dietro a questo musical (mi dispiace solo che le parolacce siano censurate, vista l’occasione.) Per darvi un’idea di come possa funzionare l’accostamento tra “rap” e “Padri Fondatori”.
Il cast di “Hamilton” si rivolge al vice-presidente degli Stati Uniti.

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